Visualizzazione post con etichetta CLASSICI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta CLASSICI. Mostra tutti i post

6.9.14

DESIDERIO MASCHILE DI PATERNITA'

Di recente ho riletto un libro considerato solo per bambini: Pinocchio. Un libro che invece dovrebbero leggere soprattutto i grandi... la straordinaria originalità del romanzo sta nell'aver preso di mira e approfondito con garbo e intelligenza un desiderio intensissimo e spesso represso: il desiderio maschile di paternità. Geppetto però è solo, è vecchio, è povero. L'unico modo per aver vicino un figlio è quello di costruirlo. E lo fa, intagliando un ciocco di legno. Ma lo fa così bene che appena gli aggiusta i piedi, la marionetta si alza, e comincia a correre. E lui dietro. Con la costanza, la pazienza, l'allegria, l'amore, la dedizione di un padre verso un figlio desiderato e amato. E sarà l'amore alla fine a trasformare la marionetta in bambino. L'amore del padre, più che il ravvedimento del figlio. Un amore così tenero e generoso da superare le incompatibilità fra oggetti animati e oggetti inanimati...
Quello che preme a Collodi in quel momento è il sentimento nascosto e troppo spesso soffocato di paternità che alberga nel cuore di ogni uomo. Una paternità fatta di attenzione, di dolcezza, di timida apprensione, di sacrificio amoroso, di generosità indomita, di lunghe attese, di tolleranza, di altruismo. Tutte qualità che sono state delegate alle donne, come se l'uomo non dovesse e non potesse albergare nel suo cuore virile sentimenti teneri e delicati. Come se la dolcezza fosse una viltà.  Quasi un cedimento al mondo emozionale femminile, così lontano dal mito di una virilità tutta basata sul comando, sul distacco, sull'autonomia sentimentale, sulla brutalità della conquista.

Dacia Maraini, Chiara di Assisi
Rizzoli, Milano 2014, pp. 198,199

Foto by LuigiOrru

20.3.13

MATRICE DI BELLEZZA

"Lo ha detto quello là," diceva Garibaldo, "matrice di bellezza."
Se ne andavano al mare e si stendevano sulla rena tiepida di settembre. Gavure si era rassegnato alla gobba, se ne scordava studiando la politica.
"Altro che guerra," diceva. "Con la guerra i poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi."
Veniva rasente un gabbiano. Donne lontane, ancor più desiderabili.
"La bellezza è altre cose," mormorava Gavure. "La bellezza è essere liberi."

Antonio Tabucchi, Piazza d'Italia
Feltrinelli, Milano 2011, p. 60

Foto by Carlos de Matos

7.4.08

IL PENTIMENTO

La mattina presi la Bibbia e, cominciando dal Nuovo Testamento, mi misi a leggerla seriamente, proponendomi di leggerne un brano ogni mattina e ogni sera, senza impegnarmi nel numero di capitoli, ma per tutto il tempo che il pensiero sarebbe stato preso nella lettura.
Non passò molto da che m'ero accinto con serietà a questa occupazione, quando scopersi che il mio cuore era profondamente e sinceramente afflitto dalla malvagità della mia vita passata. L'impressione suscitata in me dal sogno riviveva e le parole: "Dunque queste cose non ti hanno indotto a pentirti" si ripetevano dolorosamente nel mio pensiero. Chiedevo ora fervidamente a Dio che mi ispirasse il pentimento, quando venne il giorno che leggendo la Scrittura m'imbattei proprio in queste parole: "Egli è esaltato Principe e Salvatore, perché ispira il pentimento, e concede l'assoluzione". Lasciai cadere il libro e, con le mani e il cuore protesi verso il cielo, in un impeto di estatica gioia, gridai: "Gesù, figlio di David, Gesù, tu esaltato Principe e Salvatore, ispirami il pentimento!".
In tutta la mia vita, fu questa la prima volta che pregai, nel vero senso della parola: poiché pregavo, ora, con la coscienza della mia condizione, e con il senso evangelico della speranza fondata sull'incoraggiamento della Parola di Dio; e da quel momento, posso dirlo, cominciai a sperare che Dio mi udisse davvero.
Ora cominciai a dare alle parole ricordate più sopra: "Invocami e io ti libererò" un significato diverso da quello che mai avessi dato loro; perché prima d'allora non avevo nozione alcuna di ciò che si chiama liberazione, se non nel senso di essere liberato dalla prigionia in cui mi trovavo, poiché sebbene il luogo fosse tutt'altro che ristretto, certo l'isola era per me una prigione; e questo nel senso peggiore che si possa usare al mondo; ma ora imparavo a intenderla in altro senso. Ora mi rifacevo al mio passato con tanto orrore, e tanto orribili mi apparivano i miei peccati, che l'anima null'altro chiedeva a Dio che la liberazione dal peso della colpa che toglieva valore a ogni mio bene. Quando alla mia vita solitaria, era cosa da nulla; nemmeno pregavo di esserne liberato, né vi pensavo; era cosa di nessuna importanza a paragone dell'altra. Ho voluto aggiungere questa parte per additare, a chiunque la leggerà, che quando si giunge al vero senso delle cose, si scopre che la libertà dall'errore è un dono assai più desiderabile che la libertà dai mali.

Daniel Defoe, Robinson Crusoe
Bompiani, Milano 1994, pp. 141,142
Foto by cotigchez

23.11.07

PORGERE L'ALTRA GUANCIA

D'un tratto il groviglio dei corpi si allenta, e i due animali rimangono immobili, spalla contro spalla, ma ora le due teste sono dalla stessa parte. Entrambi ringhiano rabbiosamente, il vecchio in tono basso, profondo, il giovane in tono più acuto. Ma si osservi l'atteggiamento dei due animali: il vecchio tiene il muso vicinissimo al collo del giovane, e questo volge via la testa, offrendo inerme al nemico la concavità del collo, cioè proprio la parte più vulnerabile del suo corpo. A non più di tre centimetri dal suo collo teso, là dove la vena giugulare scorre a fior di pelle, scintillano i denti dell'avversario sotto le labbra atteggiate a un ghigno cattivo. E mentre prima, durante la lotta, tutti gli sforzi dei due avversari tendevano a offrire ai morsi dell'altro solo i denti, l'unica parte del corpo insensibile alle ferite, e a proteggere appunto il collo dall'aggressione nemica, ora sembra che l'animale soccombente offra intenzionalmente proprio quella parte del corpo in cui ogni morso può essere mortale. E l'apparenza non inganna: è strano, ma le cose stanno proprio così...
Lo studioso di etologia comparata dovrà andar molto cauto nell'emettere giudizi morali sul comportamento animale. Devo tuttavia confessare che, nel mio sentimentalismo, sono profondamente commosso e ammirato di fronte a quel lupo che "non può" azzannare la gola dell'avversario, e ancor più di fronte all'altro animale, che conta proprio su questa sua reazione! Un animale che affida la propria vita alla correttezza cavalleresca di un altro animale! C'è proprio qualcosa da imparare anche per noi uomini! Io per lo meno ne ho tratto una nuova e più profonda comprensione di un meraviglioso detto del Vangelo che spesso viene frainteso, e che finora aveva suscitato in me solo una forte resistenza istintiva: « Se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra... ». L'illuminazione mi è venuta da un lupo: non per ricevere un altro schiaffo devi offrire al nemico l'altra guancia, no, devi offrirgliela proprio per impedirgli di dartelo!

Konrad Lorenz, L'anello di Re Salomone
Adelphi, Milano 2000, pp. 163-164,173-174
Foto by Andreas Solberg

28.10.07

LA MIA ROSA


Buon giorno, disse. Era un giardino fiorito di rose.
Buon giorno, dissero le rose.
Il piccolo principe le guardò. Assomigliavano tutte al suo fiore.
Chi siete, domandò loro stupefatto il piccolo principe.
Siamo delle rose, dissero le rose.
Ah, fece il piccolo principe. E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto l'universo. Ed ecco che ce n'erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino...
Voi siete belle ma siete vuote, disse ancora. Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messo sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa...
E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi.

Antoine De Saint-Exupéry, Il piccolo principe
Bompiani, Milano 1985, pp. 89,96,97
Foto by Scott Adams

23.9.07

IL PULPITO


Non ero seduto da molto, quando entrò uno con un che di venerabile nella sua prestanza; e appena la porta spinta dal temporale gli sbatté alle spalle, un rapido e rispettoso occhieggiare di tutta la congregazione bastò a provare che questo vecchio imponente era il cappellano. Sicuro il famoso padre Mapple, come lo chiamavano i balenieri in mezzo ai quali era popolarissimo. Da giovane era stato marinaio e ramponiere, ma ormai da molti anni dedicava la sua vita al sacerdozio... s’avvicinò quieto al pulpito.
Questo era altissimo, come sono in genere i pulpiti alla maniera antica, così alto che una scala normale avrebbe ristretto seriamente, col suo lungo angolo col pavimento, lo spazio già limitato della cappella; sicché pare che l’architetto avesse seguito un suggerimento di padre Mapple e ultimato il pulpito senza scala, usando per surrogato una scaletta di legno a piombo, come quelle che si usano in mare per salire da una barca a bordo di un bastimento...
Non mi aspettavo infatti di vedere il padre Mapple, non appena in cima, voltarsi con flemma e sporgendosi dal pulpito tirare su la scaletta deliberatamente, un piolo dopo l’altro, finché tutto l’attrezzo non fu ritirato, lasciandolo inespugnabile...
Ma la scala di corda non era l’unica nota paradossale del posto che si riallacciasse ai vecchi viaggi marittimi del cappellano. Il muro alle spalle del pulpito... era abbellito da una vasta pittura rappresentante una valorosa nave che teneva testa a un uragano terribile...
E neanche il pulpito stesso era senza tracce di quel gusto marino che aveva dato forma alla scala e al dipinto. La sua fronte a pannelli era come una prua piatta e larga di nave, e la Sacra Bibbia era appoggiata a una voluta sporgente, che di una nave imitava il rostro a violino.
E come trovare qualcosa più piena di significato? Perché il pulpito è sempre la parte prodiera della terra; tutto il resto vien dietro; il pulpito guida il mondo... È lì che si invoca il Dio delle brezze amiche o avverse, perché mandi venti favorevoli. Sicuro, il mondo è una nave al suo viaggio di andata, non un viaggio completo. E il pulpito è la prua.

Herman Melville, Moby Dick
Garzanti Milano 1982, pp. 47-49

Foto by Aliasgrace