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24.6.25

UOMINI DI POTERE


Era il 1835. A me sembra essere il nostro tempo!


“Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i propri desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri; i suoi figli e i suoi amici formano per lui la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e vegliare sulla loro sorte. È assolto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi”.


Alexis de Tocqueville, 
La democrazia in America, P.te IV, cap. VI 


8.1.24

A QUANDO IL DIALOGO?

Sono pietrificato... Mentre scrivo, l'orrore fa tremare la mia mano. Sento di avere ancora cose da dire, ma ora devo fermarmi, perché sono esausto, svuotato, mi gira la testa e devo andare a fare una passeggiata, non per dimenticare, ma per vedere se le altre persone in strada barcollano come me. Barcollo perché le parole non mi reggono più. L'orrore le ha allontanate...
Sogniamo una forza soprannaturale che si frapponga fra i due belligeranti, li separi, li costringa a sedersi attorno a un tavolo e ordini loro di parlarsi, di svuotare i loro sacchi pieni di amarezza e incomprensione.
Sogniamo che questa forza venga dal cielo e dal mare, dai cimiteri dove riposano le tante vittime di questa guerra infinita. Dovrà venire non dalla religione, ma dalla foresta, dalle migliaia di ulivi centenari che vegliano Gerusalemme dalla cima di una collina.
Dovrà venire dalla luce di cuori placati e desiderosi di porre fine a questa tragedia intermittente.
Tahar Ben Jelloun, L'urlo. 
Israele e Palestina.  La necessità di un dialogo nel tempo della guerra
La nave di Teseo, Milano 2023, pp. 25,26, 38,39


15.1.23

AL CONTADINO NON FAR SAPERE...

Negli ultimi secoli del Medioevo la tradizionale immagine del formaggio come cibo volgare e plebeo tende a modificarsi... la moda umanistica dei cibi semplici e rustici lo hanno per così dire ammesso in società.

Ma quella società non crede che gli uomini siano tutti uguali: fino alla Rivoluzione francese e alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, questo sarà un concetto astruso e incomprensibile... Testi letterari e scientifici non fanno che ribadire la necessità di osservare una dieta aderente alla "qualità" della persona, determinata non solo dalle caratteristiche individuali, ma anche e soprattutto dall'appartenenza sociale. Confondere il cibo di un contadino con quello di un gentiluomo sarebbe pericoloso sia per la salute degli individui, sia per l'ordine sociale.

I medici non hanno dubbi in proposito: allo stomaco dei signori si addicono cibi elaborati e raffinati, a quello dei contadini cibi grossolani e pesanti (e come spiega Giacomo Albini, medico trecentesco al servizio dei principi di Savoia, cibarsi di alimenti non destinati al proprio rango inevitabilmente porterà dolori e malattie).


Massimo Montanari, Il formaggio con le pere. La storia di un proverbio
Editori Laterza, Bari 2019, pp. 49,50 

6.11.22

UNITA' D'ITALIA IN CUCINA

Pubblicato nel 1891 il manuale artusiano, La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene, si propone di unificare il paese negli usi gastronomici, così come il Manzoni aveva tentato di farlo sul piano linguistico... A tal fine Artusi pesca nelle tradizioni locali le ricette che gli sembrano proponibili a un pubblico più vasto... Il meccanismo funzione e il ricettario cresce in modo interattivo, attraverso un fitto scambio di corrispondenza fra l'autore e le sue lettrici che subissandolo di suggerimenti, precisazioni e proposte gli consentono di aumentare progressivamente, edizione dopo edizione, il numero delle ricette, che alla tredicesima edizione, nel 1909, risulta quasi raddoppiato (dalle 475 iniziali alle 790 definitive)...
Pellegrino Artusi segna la nascita della cucina italiana moderna, che si afferma non solo fra le borghesie cittadine, prime destinatarie della Scienza in cucina, ma col tempo anche fra le classi popolari.

Massimo MontanariL'identità italiana in cucina, 
Laterza, Bari 2010, pp. 56,57, 61

3.11.22

BOLOGNA LA GRASSA


La capacità  di intercettare i circuiti commerciali, di essere luogo di partenza e di arrivo di prodotti gastronomici apprezzati, nel Medioevo è un punto di forza che garantisce a una città buon nome, fama, reputazione. Per questo motivo Bologna si guadagna l'attributo di grassa, aggettivo  che all'epoca ha una connotazione francamente positiva e significa abbondante, ricca. Fin dal XIII secolo la diffusione di questo appellativo si lega alla presenza in città di un frequentato studio universitario, all'andirivieni di studenti e professori in un luogo capace di accoglierli grazie alla prosperità di un mercato in cui si trova di tutto. Ma attenzione. Non è sulla floridezza delle campagne circostanti, né sull'eccellenza della cucina locale che si può costruire una fama come questa: tali condizioni sono necessarie, ma non sufficienti; tante altre città le condividono, ma non per questo riescono a guadagnarsi la reputazione di Bologna. Ciò che fa la differenza è la politica di interscambio e di apertura, la vocazione che Bologna precocemente sviluppa - grazie alla presenza dello studio - a proporsi come luogo di mediazione, di incrocio fra culture diverse. La fortissima identità gastronomica di questa città non nasce da una indimostrabile superiorità della sua dimensione municipale ma, al contrario, dalla sua capacità di metterla in gioco, di attivare una rete di rapporti in questo caso particolarmente ampi.

Massimo Montanari, L'identità italiana in cucina, 
Laterza, Bari 2010, pp. 11,12

4.2.21

IL PARTENONE

Per quanto lo studio delle cose belle - quadri, monumenti, teiere - sia dilettevole e istruttivo, non c'è paragone con l'interrogarsi sulla storia della loro ricezione, cioè sulla storia della cultura, cioè sull'incrocio di forze economiche, politiche, estetiche e casuali che generano un certo canone collettivo, separando tra le cose quelle belle da quelle brutte...

Prendete il caso del Partenone... Così sorge una domanda irresistibile: ma è il Partenone che ha generato una certa idea di bellezza classica o è una certa idea di bellezza classica, del tutto astratta e immaginaria, che ha generato la grandezza del Partenone? La domanda ha un suo fondamento soprattutto se si considera che in un certo senso il Partenone è stato rifatto fra Ottocento e Novecento, e rifatto su misura delle aspettative che si avevano nei suoi confronti: lo si voleva testimonial di un certo gusto, di una certa civiltà estetica, e si fece in modo che lo fosse...

Ma non lo rimisero in piedi completamente, disegnando quella silhouette che noi tutti oggi ammiriamo e che è un capolavoro di invenzione culturale: un po' rovina, ma non troppo, potente e fragile al tempo stesso, definitivo ma imprendibile, perfetto ma incompiuto: quel che di meglio una sensibilità romantica poteva sognarsi di trovare a conferma delle proprie passioni.

Alessandro BariccoUna certa idea del mondo
Feltrinelli, Milano 2013, pp. 97,98
commenta Mary BeardIl Partenone






14.3.13

BUFERA ALL'ORIZZONTE

La grande paura del Duemila è di ritornare poveri. E' il timore nuovo che leggo negli occhi di molte persone. E che affiora sempre più spesso anche dalle loro parole, non appena si comincia ad accennare al futuro.
Tanti genitori si chiedono quale sarà la vita che attende i loro figli...
Nei decenni passati le cose non andavano così. Certe paure non avevano ragion d'essere... guardavano al futuro con fiducia...
I padri di oggi come vedono il futuro dei figli? Sempre più spesso sono indotto a pensare che, nella maggioranza dei casi, non siano in grado di prevedere niente. Tanto che a volte, non si pongono nessuna domanda perché hanno paura della risposta. Oppure perché non sanno neppure immaginarne una. Il risultato è uno solo: per quel che riguarda l'avvenire dei figli, molti genitori vivono nel presente. Per dirla in modo secco, campano alla giornata.

Giampaolo Pansa, Poco o niente
Bur Rizzoli, Milano 2012, pp. 10,11

Foto by Jody Art

22.11.10

LA SOFFERENZA DEL PASCOLI

Giovanni Pascoli ha una personalità con alcune caratteristiche che risentono delle esperienze infantili.... Una fragilità emotiva forte, una virilità non certo esuberante. Tutto ciò non lo pone nemmeno in un manicomio dell'immaginazione, ma rimane sullo scenario dell'esistenza, su questo teatro difficile dove si mette in scena la commedia più assurda: la propria vita...
Pascoli ha sofferto e in questo è un tragico, perché ha sofferto tanto, troppo.
A un certo punto, esattamente nell'estate del 1894, ha incominciato a suicidarsi. La dipendenza dall'alcol rende la vita ancor più difficile perché modifica e fa perdere la propria identità: un'identità dentro il dolore. Un'illusione perché l'alcol genera dolore modificando il dolore.
Il Pascoli è un dipendente per definizione e ha cambiato soltanto il proprio padrone o ne ha aggiunto un altro.
Dapprima la madre e il padre, ma era la dipendenza d'amore, poi Ida [una sorella ndr], anch'essa oggetto d'amore sostituto della madre. Poi la dipendenza da Mariù [un'altra sorella ndr], il segugio, il demone distruttivo, egoista e geloso. Poi una sostanza chimica. La peggiore delle dipendenze possibili. Orrenda ma anche popolare, diffusa talmente da non apparire nemmeno cattiva, poiché talvolta produce euforia e percezioni eroiche.
Il Pascoli grande poeta, poeta del dolore e della tragedia di vivere ha sorriso con un bicchiere di vino in mano. Un bicchiere che sembrava rendere il mondo migliore. Quel sorriso è ancor più tragico di un lamento di dolore. E' un dolore ubriaco.
Certo la storia è quella di un grande poeta e il suo fascino consiste proprio nella correlazione tra questa grandezza e una vita povera, persino banale, crudelmente banale...
Se qualcuno è ancora convinto che la sofferenza non possa generare arte, ora dovrà finalmente ricredersi. Non ne è la musa esclusiva, ma certo quella che fa più grande l'arte e che ha reso grande Giovanni Pascoli.

Vittorino Andreoli, I segreti di casa Pascoli
RCS Libri, Milano 2006, pp. 242, 243

10.3.10

L'AUDACIA DELLA SPERANZA

Le nostre sfide possono essere nuove. Gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi. Ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l'onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e  la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Dunque, quello che è necessario è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità, un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto affermiamo con gioia, saldi nella certezza che non c'è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra personalità, che dedicarsi interamente a un compito difficile.
Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.
Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a dar forma a un destino incerto. Questo è il significato della nostra libertà e del nostro credo...
Speranza di fronte alle difficoltà. Speranza di fronte alle incertezze. L'audacia della speranza! Alla fin fine questo è il più gran dono di Dio per noi, il fondamento di questa nazione. Una fede in cose che non sono visibili. Una convinzione che ci sono giorni migliori davanti a noi... Credo che il vento soffia alle nostre spalle: ci troviamo a un crocevia della storia, e siamo in grado di fare le scelte giuste, e di essere all'altezza delle sfide che abbiamo davanti a noi.

Giorgio Bouchard, La fede di Barack Obama. 
Quando la religione non è oppio
Claudiana, Torino 2009, pp. 107,108,87,88

Foto by tsevis

18.2.10

GLI EROI SONO PERSONE COMUNI















C'è un modo di coltivare la memoria insopportabile, commemorazioni in cui per ore si ripetono riti burocratici di una noia irritante: mille ringraziamenti barocchi, un profluvio di aggettivi del tipo "barbaramente colpito nel fiore dei suoi anni da vile mano assassina". Dicono di voler tenere viva la memoria, ma questo è il modo sbagliato, soprattutto se si parla davanti a dei ragazzi delle scuole: li vedi che si annoiano, non capiscono niente, inondati da nomi e citazioni di cui non conoscono il contesto, di cui non hanno nessuna idea.
"I giovani hanno il dovere di sapere... devono ricordare...". Ma allora raccontate loro qualcosa che valga la pena di essere ricordato. Quando mi capita di partecipare a questi incontri, scelgo di parlare di mio padre come un uomo normale, non di un eroe o di un marziano, di raccontarne debolezze e curiosità. Bisogna spiegare che gli "eroi" erano persone comuni, ma con la caratteristica di avere passione infinita per le cose che facevano, uomini con cui sia possibile identificarsi, che amavano il loro lavoro e lo facevano con scrupolo...

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là.
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Mondadori, Milano 2009, p. 85

Foto by ambro91

3.10.07

VIVERE TRA GIUSTIZIA E PERDONO

La pistola. Mio padre aveva una pistola d'ordinanza, come naturale. Era una rivoltella piccola. La teneva smontata in un armadio nascosta tra i golf. Una mattina mia madre, riordinando, non la trovò più. Quando gli chiese spiegazioni, lui le rispose che l'aveva riportata in questura e che lì sarebbe rimasta. Alle sue insistenze, concluse: "Gemma, lasciamo perdere, non la voglio tenere qui e non la voglio portare con me" e poi, questo è un concetto che ripeté anche agli amici che si stupivano per il fatto che non girasse armato "Non mi servirebbe a niente: se mi spareranno, lo faranno alle spalle. Non avranno mai il coraggio di colpirmi guardandomi negli occhi. E se avessi il tempo di accorgermi, non vorrei mai sparare a qualcuno"...
Mentre tutto si sfascia trionfa la retorica, la forma, ci sono i funerali imponenti, le autorità in divisa, i corazzieri del Quirinale, il ministro dell'Interno in visita a casa e l'indignazione della politica che lancia moniti e promesse. Dopo un attimo restano poche cose, minime. Immagino una persona intenta a setacciare la spiaggia in cerca di oggetti personali dopo una tempesta, un uragano, china a riconoscere cosa ancora gli appartiene. Resta una realtà fatta di una ricostruzione lentissima, di un recupero faticoso di memorie, un percorso che per molti si trasforma in una sofferenza senza fine, tanto da spingere alla fuga o alla rimozione.

M. Calabresi, Spingendo la notte più in là.
Storie della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo

Mondadori, Milano 2007, pp. 8, 57
Foto by Duncan

12.9.07

CHIARI E SCURI DI UN MITO


Niccolò Machiavelli, nè suoi tratti apparenti, è una fisionomia essenzialmente fiorentina ed ha molta somiglianza con Lorenzo dè Medici. Era un piacevolone, che si spassava ben volentieri tra le confraternite e le liete brigate, verseggiando e motteggiando, con quello spirito arguto e beffardo che vedi nel Boccaccio e nel Sacchetti e nel Pulci e in Lorenzo e nel Berni. Poco agiato dè beni della fortuna, corso ordinario delle cose sarebbe riuscito un letterato fra' tanti stipendiati a Roma, o a Firenze, e dello stesso stampo. Ma caduti i Medici, restaurata la repubblica e nominato segretario, ebbe parte principalissima nelle pubbliche faccende, esercitò molte legazioni in Italia e fuori, acquistando esperienza degli uomini e delle cose, e si affezionò alla repubblica, per la quale non gli parve assai di sostenere la tortura, poi che tornarono i Medici. In quegli uffici e in quelle lotte si raffermò la sua tempra e si formò il suo spirito. Tolto alle pubbliche faccende, nel suo ozio di S. Casciano meditò sui fati dell'antica Roma e sulle sorti di Firenze, anzi d'Italia. Ebbe chiarissimo il concetto che l'Italia non potesse mantenere la sua indipendenza, se non fosse unita tutta o gran parte sotto un solo principe. E sperò che casa Medici, potente a Roma e a Firenze, volesse pigliare l'impresa. Sperò pure che volesse accettare i suoi servigi, e trarlo di ozio e di miseria. All'ultimo, poco e male adoperato dà Medici, finì la sua vita tristemente, lasciando non altra eredità a' figliuoli che il nome.

Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana
Feltrinelli, Milano 1967, pp. 494, 495
Foto by Phil dokas