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17.1.25

L'ETA' DA SPERIMENTARE

E' un'età sperimentale. Ho la strana sensazione che nessuno è stato vecchio prima di me. La vecchiaia di chi mi ha preceduto non mi fa da modello e non mi prepara a niente. Per il corpo di ognuno, quando succede è la prima volta...
Nell'età in cui il passato è 
la maggioranza del tempo, 
i ricordi dovrebbero avere un peso schiacciante. Per me no, perché dimentico tutto, anche i sogni. Nemmeno sfoglio album di fotografie per frugare nel mucchio. I ricordi mi affiorano da soli, suscitati da un suono, un odore, un contatto di pelle. Posso scacciarli, ma non posso impedire che mi si presentino. Qualche volta li ringrazio per il ritorno a luoghi e persone che ho dimenticato. In casi speciali diventano storie scritte, perché si piantano davanti e vogliono durare. Trasformarli in pagine permette di passare più tempo insieme. Mi accorgo di non poterli correggere, di non poter dare loro un altro svolgimento. Non ammettono varianti, i ricordi. Però posso fare in modo che le persone di quel particolare passato si comprendano meglio, siano più pronte di riflessi durante i loro scambi. Ogni ricordo offre al passato una seconda volta, ogni sua visita ripete l'intensità con sfumature differenti...
Il frequente ricorso alla reclusione di anziani dentro gli ospizi, oggi chiamati gentilmente residenze e case di riposo, avvisa uno della mia età dell'urgenza di scongiurare tali internamenti. Si sta tra i pronti a essere scartati, segregati: bisogna agire in tempo e con destrezza. Inesorabilmente vecchi, sì, ma conservati arzilli, indipendenti e a piede libero.

Erri De Luca, Ines de la Fressanges, L'età sperimentale
Feltrinelli, Milano 2024, pp. 21,59 

17.9.23

VITA SLOW

Fast e slow non designano solo sue ritmi... Sono etichette per indicare due modi d'essere, due filosofie di vita.
Fast significa attivo, indaffarato, autoritario, aggressivo, frettoloso, analitico, snervato, superficiale, impaziente, più interessato alla quantità che alla qualità.
Slow è il contrario: calmo, ricettivo, tranquillo, intuitivo, placido, paziente, riflessivo, scrupoloso, più attento alla qualità che alla quantità...
Come un'ape in un'aiuola, il cervello umano passa automaticamente da un pensiero all'altro. Sul nostro febbrile posto di lavoro, dove i dati e le scadenze si succedono con rapidità, siamo tutti costretti a pensare in fretta. All'ordine del giorno non vi è la riflessione, bensì la relazione. Per sfruttare appieno il tempo e per evitare la noia riempiamo ogni momento libero di stimoli mentali. Quando è stata l'ultima volta che vi siete seduti in poltrona, limitandovi a chiudere gli occhi e rilassarvi?
Tenere la mente sempre attiva è il metodo peggiore per usare la nostra risorsa naturale più preziosa. E' vero il cervello fa miracoli quando funziona a pieno ritmo, ma dà risultati molto più soddisfacenti se di tanto in tanto ha la possibilità di riposarsi. La serenità mentale regala una salute migliore, la calma spirituale nonché una maggiore concentrazione e creatività. Ci regala quello che Kundera chiama "il piacere della lentezza".

Carl Honoré, E vinse la tartaruga. Elogio della lentezza: rallentare per vivere meglio
Edizioni BUR, Milano 2008, pagg. 23, 127


31.3.22

IL PESO DELLE PAROLE

 


“La parola può rialzare, ma può anche affossare maggiormente un animo ferito. Tra le tante parole che assillano la nostra mente, le buone parole generano speranza e leggerezza perché ci avvolgono e ci curano senza imporsi; sono vive e discrete al tempo stesso, hanno la forza di benediredire bene, o di aprire un varco per contrastare la cultura della maledizione, del dire male, che imperversa nella nostra epoca generando contrapposizioni radicali e aggressive”.


Angelo CassanoIl bisogno di leggerezza
Claudiana, Torino 2021, p. 92




25.1.22

ORDINE CHE PASSIONE

Mettendo in ordine la casa o diminuendo cose in vostro possesso, capirete a che cosa dare importanza nella vostra vita e riuscirete a distinguere chiaramente i veri valori. Ma non concentratevi sul ridurre ciò che avete o sulla ricerca di un metodo efficace di organizzare gli spazi. Concentratevi piuttosto sulla scelta delle cose da conservare in base a ciò che vi fa stare bene, e godetevi la vita secondo le vostre regole. Non è questo il vero piacere del riordino?... (p. 155)

 Per quanto riguarda il criterio con cui impostare la selezione, la conclusione cui sono giunta è che il modo più semplice e accurato per fare una cernita è chiedersi se le cose “ci fanno ancora scintillare gli occhi quando le guardiamo”. Maneggiate le vostre cose una per una: conservate quelle che vi evocano una qualche emozione e buttate via le altre… Il criterio deve essere “se conservare quel qualcosa vi rende felici”: in altre parole “se quella cosa vi fa battere il cuore”… Conservate solo ciò che vi emoziona, il resto buttatelo via senza ripensamenti… (pp. 60,61)

 

Ognuno ha bisogno del suo luogo sacro. Capisco benissimo che quando vi accingete a riordinare la casa è difficile resistere alla tentazione di iniziare dagli spazi comuni o da oggetti che adopera tutta la famiglia, come medicine, detergenti o utensili di uso generale. Ma vi prego di lasciarli per dopo. Partite dalle vostre cose, e organizzate il vostro angolo… (p. 173)

 

Trovarsi in una stana pulita e ordinata ci obbliga a confrontarci con le nostre emozioni e la nostra interiorità. Ci fa notare quei problemi che abbiamo sempre cercato di eludere e ci costringe volenti o nolenti ad affrontarli. Nel momento stesso in cui inizierete a riordinare, sarete costretti a resettare la vostra vita e di conseguenza questa comincerà a cambiare radicalmente… (p. 35)

 

Sono convinta che mettere in ordine la vostra casa vi aiuterà a trovare la missione che vi viene dal cuore. La vita vera comincia dopo aver riordinato… (p. 242)


Marie Kondo, Il magico potere del riordino

Vallardi, Milano 2014



20.1.22

FARE DEL BENE E SENTIRSI BENE

Dare 
significa fare del bene, 
ma anche sentirsi bene: 
le due soddisfazioni
si fondono in una
e non sono più distinguibili l’una dall’altra.







 Zigmunt BaumanBabel 
Laterza, Bari 2016, p. 25

9.5.21

AGLI ALBORI DEL VEGETARIANESIMO


Sia in Plutarco che in Porfirio si intrecciano scrupoli etici e preoccupazioni salutistiche: entrambi gli autori affermano innanzitutto che uccidere gli animali per la loro carne è un imperdonabile atto di crudeltà, e che in ogni caso sarebbe necessario risparmiare inutili sofferenze a tutti gli esseri viventi. In secondo luogo concordano nel ritenere una dieta a base di carne dannosa alla salute, in quanto appesantisce il corpo e offusca le facoltà dell'anima...

In altre parole nella Grecia antica la decisione di diventare vegetariani non si riduceva mai alla semplice e superficiale scelta di un menù, ma aveva profonde implicazioni morali che andavano ben al di là di quelle che potevano essere le abitudini alimentari dei singoli individui. La serietà e la consapevolezza di un simile atteggiamento dovrebbe contrassegnare l'esistenza di tutti coloro che, anche oggi, scelgono una dieta vegetariana, come fece il grande scrittore Isaac B. Singer, che a questo proposito scrisse: "Essere vegetariani significa dissentire, dissentire contro il corso degli eventi attuali. Energia nucleare, carestie, crudeltà, dobbiamo prendere posizione contro queste cose. Il vegetarianismo è la mia presa di posizione. E penso che sia una presa di posizione consistente". 

Plutarco... "Attraverso un corpo appesantito, reso torbido e sazio da un'alimentazione impropria, la luce e lo splendore dell'anima risulteranno inevitabilmente più opachi e confusi, perdendo stabilità e costanza, perché l'anima non ha più la brillantezza e l'intensità necessaria per raggiungere le più sottili e recondite attività vitali".

Porfirio... "Mi meraviglio di chi ha il coraggio di sostenere che l'astinenza dagli animali è la madre dell'ingiustizia, quando la storia e l'esperienza dimostrano che con l'uccisione degli animali furono introdotti il lusso, la guerra e l'ingiustizia".

Plutarco, Porfirio, Essere vegetariani nell'antica Grecia,
Il Melangolo, Genova 2018, pp. 10, 11, 27, 52

15.1.21

LETTURA E LEGGEREZZA

 

C'è poi, nello scrivere, di tanto in tanto, una certa forma di eleganza pura, priva di genio ma ricca di maestria, che chiama il lettore a un diletto tutto particolare, perfino vuoto, affine al passare le dita su una superficie liscia, o al guardare, da sdraiati un fiume che scorre. Non importa neppure più tanto cosa si sta leggendo, è un piacere sottilmente fisico generato dal puro disporsi della scrittura nello spazio, dalla leggerezza delle sue movenze, dal suono cristallino che fa rimbalzando sul tavolo di marmo della nostra attenzione. 
Si legge non tanto per imparare, allora, né in fondo per essere intrattenuti in modo intelligente: lo si fa per lasciare che quella prosa scorra su certe personali stanchezze, o sconfitte, o disfatte, e ne lenisca il bruciore, sciacquando via lo sporco della ferita. 
Così si legge per il puro piacere della lettura, e per salvarsi.

Alessandro Baricco, Una certa idea del mondo
Feltrinelli, Milano 2013, p. 39
commenta E. e J. de Goncourt, La donna nel XVIII secolo


Foto by Katrin Welz Stein 

10.9.20

INVESTIRE SULLE PIANTE

 


Il taglio delle foreste non è compatibile con la nostra sopravvivenza come specie... Senza una sufficiente quantità di foreste, non esiste alcuna reale possibilità di poter invertire il trend di crescita della CO2. La deforestazione dovrebbe essere trattata come un crimine contro l'umanità, e punita di conseguenza... Che dalle piante dipende la nostra unica possibilità di sopravvivenza dovrebbe essere insegnato nelle scuole ai ragazzi e agli adulti in ogni altro luogo. I registi dovrebbero farne film, gli scrittori libri. Chiunque è chiamato a mobilitarsi, e se credete che stia esagerando e non vedete alcun vero motivo per alzarvi dal divano per difendere l'ambiente e le foreste, sappiate che questa è l'unica, vera, emergenza mondiale. La maggior parte dei problemi che affliggono l'umanità oggi, anche se apparentemente lontani, sono collegati al pericolo ambientale e rappresentano soltanto gli innocui prodromi di ciò che verrà se non l'affronteremo con la dovuta fermezza ed efficienza. Le piante possono aiutarci. Soltanto loro sono in grado di riportare la concentrazione di CO2 a livelli inoffensivi... Le nostre città... dovrebbero essere completamente coperte di piante. Non soltanto negli spazi deputati: parchi, giardini, viali, aiuole, ecc. ma dappertutto letteralmente: sui tetti, sulle facciate dei palazzi, lungo le strade, su terrazze, balconi, ciminiere, semafori, guardrail. La regola dovrebbe essere una sola e semplice: dovunque sia possibile far vivere una pianta, deve essercene una. La cosa non richiederebbe che costi irrilevanti, migliorerebbe in una miriade di modi la vita delle persone, non esigerebbe alcuna rivoluzione nelle nostre abitudini, come molte delle soluzioni alternative proposte, e avrebbe un grande impatto sull'assorbimento di CO2. Difendiamo le foreste e copriamo di piante le nostre città, il resto non tarderà a venire.
Stefano Mancuso, La nazione delle piante,
Laterza, Bari 2019, pp. 93-95

1.12.15

LA VERA FELICITA'

L'essere umano ha una fame innegabile di felicità. Si tratta di una fame valida e legittima, giacché siamo stati creati da un Dio felice, che ci ha formato per godere della sua pienezza. I nostri approcci comuni alla felicità cercano di soddisfare questa fame in svariati modi ma nessuno prende in considerazione la natura incurvata delle nostre anime, piegate dal peccato e che non è in grado di evitare la logica egocentrica per la quale funzionano. Essi propongono diverse varianti di una forma plastica di felicità, identificata nel piacere, scissa dalla trama etica della vita e avvolta in prodotti consumistici attraenti; ma queste proposte pur seguendo sentieri diversi non vanno al di là dell'egocentrismo. Iniziare dall'io significa finire con nient'altro che l'io e con un io molto infelice.
La felicità è invece un effetto secondario indiretto: essa giunge come la conseguenza di un corretto godimento della vita. Siamo felici non quando siamo ossessionati dal nostro stato emotivo ma quando, immersi in qualche attività, rapporto o causa, ci arrendiamo alla vita dimenticandoci di noi stessi. Soltanto quando trascendiamo la prigione dell'io allarghiamo davvero le nostre anime per assaporare tutta la pienezza dei piaceri della vita.

René Breuel, Il paradosso della felicità
Chieti 2015, Edzioni GBU, pp. 92,93

Foto by Alex Naanou

3.5.12

PICCOLE OPPORTUNITA'

Amico, devi tornare ad apprezzare la semplicità. Non si può dare valore e importanza solo ai "grandi eventi" della vita. Bisogna saper vedere la bellezza che c'è anche nelle piccole cose. E' questo che ti fa sentire speciale, felice. Una volta Benjamin Franklin disse che la felicità umana non è tanto frutto di grandi colpi di fortuna che capitano raramente, quanto delle piccole soddisfazioni quotidiane...
E un'altra cosa importante è fare del bene senza che gli altri lo notino. Questo è davvero un ottimo modo per dimostrare a se stessi che qualunque cosa si stia facendo di buono, è perché lo vogliamo, non per suscitare l'ammirazione degli altri. Molte persone si lamentano del proprio destino e non colgono le mille piccole opportunità di sentirsi meglio ed essere più felici che si presentano quotidianamente nella loro vita. Questo accade perché non hanno capito che c'è sempre la possibilità di vivere in un modo diverso. E' la paura del giudizio degli altri che impedisce di decidere con la propria testa.

Sergio Bambaren,  Lo spirito del mare
Sperling & Kupfer, Milano 2008, pp. 48,49

Foto by gIUSEPPE

22.4.12

TRASGRESSIONE E CONOSCENZA

La trasgressione fa parte di questo universo mentale, rappresenta l'aspetto dinamico della nostra natura, la passione della conoscenza, l'esplorazione del mistero, la speranza di saper rispondere a tutti i perché.
Ricordate la stagione dei vostri perché e quella dei vostri figli e nipoti?
Arriva di solito tra i sei e i sette anni di età. Tutti i bambini l'hanno sperimentata, segno che corrisponde ad un bisogno della specie. Quei perché si susseguono senza interruzione, un martellamento che lascia l'adulto senza fiato: perché perché perché?
Il bambino, partendo da una qualsiasi curiosità o da un incontro occasionale con la realtà, vuole percorrere la catena delle cause che hanno prodotto il fenomeno che ha sotto gli occhi fino ad arrivare alla causa prima. E non si accontenta e perseguita l'adulto con la sua piccola e adorabile voce e gli occhi fissi dentro ai vostri per strapparvi la verità che voi dovreste conoscere e lui non ancora, spinto dall'urgenza di sapere.
Quell'urgenza è fisiologica per l'infanzia, l'accompagna fino all'inizio dell'adolescenza. Le mappe cerebrali sono ancora semivuote di informazioni e reclamano di esser riempite. Ma poi i perché non saranno più rivolti agli adulti, subentrerà l'orgogliosa autonomia dell'io e comincerà il viaggio dentro noi stessi. Non diminuisce, anzi si accresce il bisogno di conoscenza, ma cambia lo strumento, il modo di usarlo e il destinatario delle domande. Resta inesausto il «perché» e non esauriente la risposta ottenuta.
Quel perché esprime un desiderio di assoluto che plachi l'insicurezza del vivere. Lì è la radice del sentimento religioso, alimentato anch'esso dall'istinto di sopravvivenza che ancora una volta plasma la nostra vita.
Nell'età più adulta il bisogno di informazioni si canalizza su un tema specifico, cessa di coprire l'universalità delle zone inesplorate. Si specializza, cede alle necessità professionali della divisione del lavoro e la mente si accontenta e accantona le domande ultime. Le accantona, ma non le cancella. Esse risorgono tutte le volte che il nostro sguardo si solleva verso il cielo stellato.
Quelli che non si accontentano hanno fatto della conoscenza la passione dominante del proprio vissuto. Sognano di viaggiare sulla nave degli Argonauti, di volare con ali di Icaro verso il Sole, di uccidere la Gorgone e Argo dai cento occhi, di decifrare i misteri della termodinamica, dell'entropia, delle particelle elementari e del Big Bang. Ma riflettono anche su se stessi e si scoprono di volta in volta dottor Jekyll e mister Hyde, Faust e Mefistofele, Edipo figlio e Edipo marito e Amleto, un po' folle e un po' saggio, che dissipa la propria saggezza e rivolge contro se stesso la propria follia.
La conoscenza non è un'opzione ma una necessità che implica la trasgressione. Ci vuole una buona dose di coraggio per trasgredire e ci vuole una grande passione per trovare quel coraggio e per poterselo dare.

Eugenio Scalfari, Scuote l'anima mia Eros
Einaudi, 2011, pp.67-69



Foto by elmohead

18.4.11

ACCETTARE LA NOSTRA MORTE

Poi, l'essenziale è accettare la nostra morte. Non voglio essere morboso, ma penso che l'unico modo per accettare la vita è accettare la morte. La morte ci insegnerà che c'è un limite. Io assegno spesso un tema alla mia classe... Se aveste cinque soli giorni da vivere, come li trascorrereste? E con chi? Spesso le risposte sono molto semplici. Io scrivo lunghissime annotazioni - quasi delle lettere - sui temi dei miei studenti. In questo caso scrivo: «Perché queste cose non le fai ora?».
«Se avessi cinque soli giorni da vivere direi al tale che lo amo». E io dico: fallo ora! «Se avessi cinque soli giorni da vivere, andrei sulla spiaggia a guardare il tramonto.» Che cosa stai aspettando?
Ma noi ci proteggiamo dalla morte, come ci proteggiamo dalla vita. Molti di noi non sanno neppure come affrontare la morte; ci portiamo un albatros appeso al collo, come il Vecchio Marinaio di Coleridge, per tutta la vita, e siamo sempre sul punto di piangere. Dobbiamo imparare che la morte è solo un aspetto della vita. È separarsi dal veicolo, è andare oltre. La morte c'insegna ad andare oltre.
Vedete, mia madre è morta due anni fa; e fino alla fine mi ha insegnato cose meravigliose. Non credemmo al dottore, quando ci disse che era in coma. «Non preoccupatevi per lei, non sa neppure se ci siete o no. È inutile che restiate all'ospedale. Dareste soltanto fastidio.» E lui come lo sapeva? Non era mai morto! Così a turno passammo lunghe ore con lei, giorno e notte, finché rimase in vita. Le tenevamo la mano! Nessuno dovrebbe morire solo!
A me toccò uno degli ultimi turni. Eravamo soli nella stanza, io e mia madre. All'improvviso lei aprì gli occhi. Aveva occhi grandissimi, scuri, meravigliosi. Un attimo prima avevo pensato: «Mi mancherà moltissimo. Era una grande donna, stavamo così bene insieme, e lei aveva sempre un sorriso e un cioccolatino per me. E mi mancherà il suo aglio». Avete notato che dicevo sempre me? «Io farò questo, e mi mancherà quest'altro, e non mi lasciare!»
Sapete quali furono le ultime parole che mi disse? Aprì quei grandi, meravigliosi occhi italiani, mi vide con le guance rigate di lacrime e disse... Pensate! «Felice, a che cosa ti stai aggrappando?».
A che cosa mi sto aggrappando? Vedete che cosa può insegnarvi la morte? La morte non è spaventosa. La morte c'insegna il valore del tempo. Ci rendiamo conto di quanto è prezioso. Comprendiamo che non abbiamo a disposizione l'eternità! La morte c'insegna a guardare e a vedere... e c'insegna che coloro che amiamo non rimarranno sempre gli stessi. Noi non ci guardiamo neppure più! Siamo così occupati a fare tante cose che nessuno di noi guarda più gli altri. Non sarete qui per sempre. Domattina non sarete più come siete ora. Quanti di voi hanno figli abbastanza adulti per sposarsi? Quando se ne andranno vi accorgerete di non avere mai avuto il tempo per osservarli crescere: di essere stati sempre così indaffarati a fare qualcosa per loro da non averli visti!


Leo Buscaglia, Vivere, amare, capirsi
Oscar Mondadori, Trento 2006, pp.85,86


Foto by Adam Romanowicz

22.11.10

ESSERE GIOVANI

Essere giovani, in realtà, è una condizione mentale. Non ha niente a che vedere con quante candeline spegni a ogni compleanno o il numero di rughe che ti solcano il viso: è tutta una questione di volontà, di qualità dell'immaginazione, di forza delle emozioni. E' la freschezza dell'amore profondo per la vita.
Essere giovani infatti significa rimanere aggrappati ai propri sogni e alle proprie aspirazioni nonostante il passare degli anni, invece di lasciarli sbiadire a poco a poco e finire per blindarsi dentro il proprio "guscio di certezze". Significa continuare ad aver voglia di emozioni forti, e non sostituire mai la propria sete di avventura con l'attaccamento a una piatta comodità... non si invecchia in base al tempo che si ha alle spalle, si invecchia quando si inizia a dimenticare i sogni...
Tutto ciò che paralizza la volontà di un uomo è la paura dell'ignoto. Per esempio, chi può dire di aver conosciuto qualcuno che non abbia mai avuto un problema? Che si trattasse di denaro, salute, rapporti con la famiglia o di coppia, oppure riguardasse la vita spirituale; ci siamo passati tutti. Eppure una volta che accettiamo la nostra condizione di esseri umani, i problemi possono trasformarsi in sfide stimolanti e opportunità per diventare più saggi.


Sergio Bambarèn, Lettera a mio figlio sulla felicità
Sperling & Kupfer, Milano 2010, pp. 29,38


Foto by UK Parliament

21.3.08

RALLENTARE PER VIVERE MEGLIO

Come un'ape in un'aiuola, il cervello umano passa automaticamente da un pensiero all'altro. Sul nostro febbrile posto di lavoro, dove i dati e le scadenze si succedono con rapidità, siamo tutti costretti a pensare in fretta. All'ordine del giorno non vi è la riflessione, bensì la reazione. Per sfruttare appieno il tempo e per evitare la noia riempiamo ogni momento libero di stimoli mentali. Quando è stata l'ultima volta che vi siete seduti in poltrona, limitandovi a chiudere gli occhi e a rilassarvi?
Tenere la mente sempre attiva è il metodo peggiore per usare la nostra risorsa naturale più preziosa. E' vero, il cervello fa miracoli quando funziona a pieno ritmo, ma dà risultati molto più soddisfacenti se di tanto in tanto ha la possibilità di riposarsi. La serenità mentale regala una salute migliore, la calma spirituale nonché una maggiore concentrazione e creatività.

Carl Honoré, E vinse la tartaruga
Sonzogno, Milano 2004, p. 127
Foto by Paul Morgan

6.1.08

L'OCEANO

Erano anni che mi covavo il pensiero dell'oceano. Anni che guardavo le strade sulla cartina e me le studiavo nei dettagli; è stata, per lungo tempo, una faccenda tra me e la cartina. Era il mio viaggio, il regalo che volevo farmi. Bastava avere diciotto anni e una macchina sotto il sedere, con un bel pieno di benzina.
Partire e basta, da soli.
Ognuno si sogna quel che vuole per la fine del liceo. Io mi sognavo questo, gli altri no. I miei compagni si sognavano altro, ad esempio andare ad Amsterdam con la tenda arrotolata nello
zaino oppure un corso pre universitario a Princeton. Dipende da cosa vuoi nella vita. Io volevo l'oceano. Volevo andare a vedere di che colore era, se era diverso dal mare della mia isola ad esempio, se davvero un oceano è più grande di un mare. Cercavo l'idea di grandezza, l'idea. Speravo di incontrarla, di vedermela davanti spianata e palpitante. Mi tenevo stretto questo pensiero per quando avrei finito la scuola, ero libero e la vita ce l'avevo davanti, dico la vita che volevo, che è un po' come avere un oceano davanti. Avevo solo paura che invece non fosse niente, che fosse come il mare, perché l'infinito te lo da benissimo anche un mare, non c'è bisogno di un oceano: finiscono tutti e due con l'orizzonte, e l'orizzonte è uguale da tutte le parti, non è che c'è scritto sopra «orizzonte di mare» oppure «orizzonte di oceano».
Così sono andato a vedere. Mi sono detto: vado sempre dritto finché trovo l'oceano. E l'ho trovato. È stato anche facile, non c'era bisogno di tante cartine, bastava andare sempre verso ovest e lo trovavi subito l'oceano, e neanche chissà in quale paese: in Francia, bastava andare in Francia fino a dove finisce la terra, niente di straordinario.
E così l'ho trovato. L'ho sentito, prima di vederlo. Era ancora notte, ma io l'ho sentito col naso, Ho pensato: ecco, questo è l'odore dell'oceano.
Poi ci sono arrivato davanti, al mattino, che cominciava appena a diventare chiaro, un leggero chiarore azzurro, ma ancora azzurro notte. Io da solo, tutto silenzio. Ho preso una strada dritta, che finiva in uno slargo. Ho posteggiato, sono sceso, ho fatto una ventina di passi, c'era un muretto e dietro il muretto lui, l'oceano; lì spalmato davanti che ti respira largo come l'universo, e tu dici: ecco, appunto, io intendevo questo.
Non era per niente come il mare: era l'oceano. Come mi aspettavo. L'esattezza delle cose che ti aspetta, la perfetta coincidenza di ciò che hai immaginato con ciò che è, la felicità di vedere che le due cose si sovrappongono esattamente e non c'è più divario tra pensiero e realtà.
Stupendo. Non facile. Quasi sempre ti fai un'idea delle cose che poi non è mai quella.

Paola Mastrocola, Una barca nel bosco
Ugo Guanda Editore, Parma 2004, p. 175-176

29.12.07

SE I BAMBINI CRESCONO SOLO DI TELEVISIONE?

I bambini si accostano alla televisione e la guardano con motivazioni che differiscono in misura significativa da quelle prevalenti fra gli adulti. La maggior parte degli adulti, per loro stessa ammissione, guarda la televisione "per divertimento". La maggior parte dei bambini, pur trovandola divertente, guarda la televisione perché cerca di capire il mondo. Molti adulti considerano la televisione poco significativa e la guardano con quella che talora si definisce "sospensione dell'incredulità". Pur di divertirsi accettano l'allontanamento dalla raffigurazione realistica e, a seconda delle premesse del programma, capiscono perfettamente perché un dato personaggio vola per aria, diventa invisibile, compie azioni sovrumane. Per definizione uno spettacolo di fiction non deve per forza essere possibile, reale o vero.
Invece i bambini, pur apprezzando gli aspetti di intrattenimento della televisione, hanno più difficoltà - a causa della loro limitata comprensione del mondo - a discernere i fatti dalla finzione. Sono più vulnerabili degli adulti. Gli influssi primari che i bambini subiscono - la famiglia, i coetanei, la scuola e la televisione - operano tutti insieme.
I bambini non sono molto capaci di separare ciò che imparano in questi diversi contesti. Anzi, l'utilità dell'informazione ottenuta in uno di essi dipende in parte da ciò che si impara negli altri. Senza il sostegno della famiglia, gran parte di ciò che succede a scuola perderebbe di importanza. Se la scuola fosse più efficace, la televisione non sarebbe tanto potente. I coetanei esercitano il loro influsso e il loro potere nella misura in cui la famiglia e la scuola non esercitano il proprio.

Karl R. Popper, John Condry, Cattiva maestra televisione
CDE, Milano 1996, pp. 59,60
Foto by sean dreilinger

23.11.07

IL GUERRIERO DELLA LUCE

A volte il male perseguita il guerriero della luce. Allora, tranquillamente, egli lo invita nella sua tenda.
Domanda al male: "Vuoi ferirmi, o usarmi per ferire gli altri?"
Il male finge di non udire. Sostiene di conoscere le tenebre dell'anima del guerriero. Tocca ferite non ancora cicatrizzate, e chiede vendetta. Gli ricorda di essere il solo a conoscere certe trappole e certi veleni che lo aiuteranno a distruggere i nemici.
Il guerriero della luce ascolta. Se il male si distrae, egli lo sprona a riprendere la conversazione, e gli chiede i dettagli di tutti i suoi progetti.
Dopo avere ascoltato ogni cosa, si alza e se ne va. Il male ha parlato tanto, è talmente stanco e vuoto che non riuscirà a seguirlo.

Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce
Bompiani, Milano 2002, pp. 83

4.11.07

IL WEB COME UN GRANDE FRATELLO

Attraverso società come Google e i risultati che offrono, l'identità digitale di un individuo viene immortalata e può essere recuperata su richiesta...
Il potere di un simile strumento è impressionante e il rischio che sia utilizzato a fini malvagi è piuttosto reale. Immediatamente dopo l'11 settembre, l'amministrazione Bush ha prontamente introdotto una legislazione che ridefiniva i poteri di sorveglianza all'interno dei confini nazionali...
"Con il Patriot Act, ha dichiarato il New York Times, il governo può richiedere informazioni su "tutti coloro ai quali scrivete e-mail, su quando le avete scritte, chi vi ha risposto, quanto erano lunghi i messaggi, se avevano degli allegati, così come su dove siete stati online"...
Quando i nostri dati si trovano sulla scrivania virtuale del nostro computer, noi presumiamo che siano di nostra proprietà... Quando spostiamo i nostri dati sui server di Amazon.com, Hotmail.com, Yahoo.com e Gmail.com, implicitamente stipuliamo un patto del quale il pubblico in generale è pienamente soddisfatto o, più probabilmente, di cui la maggior parte della gente non è completamente cosciente.
Il patto è questo: confidiamo che non facciate un cattivo uso delle nostre informazioni. Confidiamo che le conserverete al sicuro da ricerche e sequestri non autorizzati di privati cittadini o del governo e li manterrete sotto il nostro controllo in ogni momento....
E' una porzione piuttosto consistente di fiducia che stiamo chiedendo a queste società di mettere sul piatto. E non sono certo che noi o loro siamo completamente sicuri di quali siano le implicazioni di un simile trasferimento di fiducia. Solo il pensiero di tali implicazioni fa tremare le vene ai polsi a qualsiasi persona ragionevole.
Ma immaginate il disorientamento che potreste provare se la ricerca diventasse autocosciente, capace di spiarvi mentre voi interagite con essa.

John Battelle, Google e gli altri
Cortina Editore, Milano 2006, pp. 25-27
Foto by Coneee

29.10.07

IL MICROCREDITO CONTRO LA POVERTA'

Tutti sono concordi nel pensare che non vi sia miglior rimedio alla povertà della creazione di posti di lavoro.
Gli economisti, tuttavia, riconoscono soltanto una forma di lavoro: il lavoro salariato... Nel mondo quale è concepito dagli economisti noi trascorriamo l'infanzia e parte della giovinezza a prepararci con il massimo impegno per renderci appetibili dal punto di vista dei padroni; quando poi siamo pronti, ci presentiamo per venderci sulla piazza. Se non troviamo nessuno che ci voglia allora cominciano i guai: chi vive in un paese industrializzato avrà la possibilità di affidarsi alla pubblica assistenza, gli altri saranno condannati alla povertà e alla miseria.
L'idea che un giovane essere umano profonda tutto il suo impegno per prepararsi ad essere usato da un datore di lavoro mi disgusta profondamente. Mi ricorda i vecchi tempi, quando le ragazze venivano addestrate dalle madri a rendersi attraenti nei confronti degli uomini, in modo da potersi procurare un marito. La vita umana è troppo preziosa perché la si sprechi nel cercare di sedurre un datore di lavoro e nel dedicargli l'intera esistenza...
Offrire sbocchi di lavoro indipendente mediante la creazione di istituzioni e politiche appropriate è la migliore strategia per eliminare la disoccupazione e la povertà.

Muhammad Yunus, Il banchiere dei poveri
Feltrinelli, Milano 2000, pp. 228,229
Foto by jeevs

26.8.06

LA PARABOLA DELLO YOGURT


Un vasetto di yogurt prodotto industrialmente, e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori percorre da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 10 Euro al litro e subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri.
Lo yogurt autoprodotto facendo fermentare il latte con opportune colonie batteriche non deve essere trasportato, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo di batteri. Lo yogurt autoprodotto è pertanto di qualità superiore rispetto a quello prodotto industrialmente, costa molto meno, non comporta consumi di fonti fossili e di conseguenza riduce le emissioni di CO2...
Il Movimento per la decrescita felice si propone di promuovere la più ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed acquistate nei circuiti commerciali con l’autoproduzione di beni. In questa scelta, che comporta una diminuzione del prodotto interno lordo, individua la possibilità di straordinari miglioramenti della vita individuale e collettiva, delle condizioni ambientali e delle relazioni tra i popoli, gli Stati e le culture…
Se si accetta la logica della crescita, si lavora sempre di più per avere un reddito sempre più alto per comprare la maggior quantità possibile di merci. Se ne producono sempre di più per acquistarne sempre di più e se ne acquistano sempre di più per produrne sempre di più. Il senso della vita si esaurisce in questa duplice dipendenza dalle merci. Spazio per la spiritualità, per gli affetti, per rapporti umani significativi non ne resta. Se, invece, il consumo di merci si riduce all’indispensabile, senza rinunce e limitazioni, si può vivere con un reddito monetario inferiore e si può dedicare meno tempo alla produzione di merci. Rimane più tempo per se stessi, per le proprie esigenze spirituali, per gli affetti e le relazioni umane.

Maurizio Pallante, La decrescita felice
Editori Riuniti, Roma 2005, pp. 17,19,117,118