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19.11.25

LA PROSPETTIVA DELLA MORTE


Creare rapporti, accettare rapporti che mi vengono offerti, superare le frontiere del mio individualismo sempre risorgente, liberarmi dell'ossessione di me stesso, fare degli altri il punto di riferimento della mia vita, fare della mia vita, comprese le sue colpe e le sue ferite, una vita offerta agli altri questo è mobilitarsi contro la morte e passare dalla morte alla vita.

Paolo Ricca, Il cristiano davanti alla morte
Claudiana, Torino 2005, p. 45

15.3.24

MOTIVATI DALL'EGO

La voracità dell'Io genera il disprezzo verso il bene comune, verso la responsabilità nei confronti dell'ambiente, e in genere verso quelle virtù civiche che garantiscono la democrazia sostanziale, per alimentare invece l'interesse personale che si chiama furbizia e che genera evasione fiscale e spesso anche criminalità organizzata; ne viene, di conseguenza, che le forze politiche che appaiono meno sensibili al bene comune e al suo rigore, e più al bene strettamente personale e alla furbizia degli individui, vengono premiate sempre più in tutto il mondo a livello elettorale. 

Vito Mancuso, Non ti manchi mai la gioia
Garzanti, Milano 2023, p. 52

3.3.24

LA TRAPPOLA DELL'EGO


Non serve a nulla farsi la cosiddetta posizione, esercitare il potere, comporre trattati di impeccabile rigore teoretico, raggiungere strabilianti acquisizioni scientifiche, ottenere i più prestigiosi riconoscimenti, e poi non essere capaci di dire grazie e di sorridere con sincerità, o essere invidiosi dei colleghi, o praticare una delle tante meschinerie di cui gli esseri umani possono essere raffinati specialisti e passare l'esistenza in continuo malumore. Vivere per passare alla storia, e per questo passare la vita in trappola dell'Io, non è molto intelligente.


Vito MancusoNon ti manchi mai la gioia
Garzanti, Milano 2023, pp. 76,77



1.2.24

 


Gli "intellettuali organici" dovrebbero essere, anzitutto e soprattutto oggi, gli insegnanti. Poiché la scuola in un Paese civile e moderno, è o dovrebbe essere "al centro" di ogni informazione, formazione, ricerca, sostegno e cambiamento spirituale, culturale, scientifico, umanistico, creativo di chi la frequenta. E, anzi, per la scuola dell'obbligo, deve frequentarla.

Maria Rita ParsiNoi siamo bellissimi. 
Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori, Milano 2023, p. 66


5.2.21

LA PANDEMIA, CREATURA MITICA

 

Dà conforto concedersi del tempo per leggere lentamente ciò che la Pandemia reca inscritto, a caratteri maiuscoli, a proposito del nostro stare col mondo. Era difficile dirci in modo più inequivocabile che siamo andati lunghi nella nostra tecnica di dominio dell'esistente, ostinandoci in un'infinita creazione che ha generato una sorta di rigetto nei tessuti del creato. C'è un equilibrio che non abbiamo mai trovato, e che forse addirittura non c'è. E' infantile pensare che abbiamo devastato un paradiso, ma è urgente capire che abbiamo creato senza armonia. E' sciocco pensare che abbiamo peccato contro la natura, ma sarebbe idiota non ammettere che abbiamo esercitato ogni nostro potere con astuzia più che con intelligenza. Sarebbe tragico considerare un castigo la malattia che uccide, ma sarebbe imperdonabile pensare, da ora in poi, che una sorta di immunità ci tiene al riparo dalle conseguenze di ciò che facciamo. Così, nelle corsie in cui si moriva soli senza sapere di cosa, noi abbiamo disegnato la sintesi mitica di un nostro possibile destino, per costringerci a guardarlo, a temerlo, a dirlo, forse a fermarlo.

Alessandro Baricco, Quel che stavamo cercando
Feltrinelli, Milano 2021, p. 31

Foto by Prachatai

21.1.21

SCOLPIRE LA PROPRIA STATUA

Meditare, camminare, leggere, compiere i propri doveri, condursi nella giungla dei sentimenti, ascoltare, coltivare amicizie, dialogare. Esercizi dell'anima, esercizi spirituali. Hadot cita una fulminante espressione di Plotino che spiega molto: quel che occorre fare è scolpire la propria statua... Bisogna ricordarsi che la scultura era per i greci, l'arte della sottrazione, l'abilità manuale con cui ottenere una figura a partire da un blocco di pietra, procedendo per successive sottrazioni. E' esattamente quello che insegnavano quei celeberrimi guru: lavorare su se stessi, scalpellando via tutto ciò che di falso e inutile ci sta attaccato, e liberare, alla fine, quel che noi siamo, nella saldezza imperturbabile della magnificenza dell'esistere. Allora saremmo, davvero, dei sapienti: che non è il nome di uno che sa tutto: è il nome di uno che non ha più paura di niente. Guarito...

... Fare il proprio volo ogni giorno. Almeno un momento che può essere breve, purché sia intenso. Ogni giorno un "esercizio spirituale", da solo o in compagnia di una persona che vuole parimenti migliorare. Uscire dalla durata. Sforzarsi di spogliarsi delle proprie passioni, delle vanità, del desiderio di rumore intorno al proprio nome. Fuggire la maldicenza. Deporre la pietà e l'odio. Amare tutti gli uomini liberi. Questo sforzo su di sé è necessario, questa ambizione giusta.

Alessandro BariccoUna certa idea del mondo
Feltrinelli, Milano 2013, pp. 27,28
commenta Pierre Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica


6.1.21

CREDERE E' VITALE


Ecco la parola "credo". Quando si riesce a pronunciarla, ha il potere di cambiare la visione delle cose, di mostrare il mondo come fosse diverso. Siamo abituati a usare questo termine in ambito religioso, nella fede maiuscola, poiché in quel caso si crede in Dio... ma è pur vero che esiste anche un credo minore che aiuta a vivere. Anzi senza credere, non è possibile nemmeno vivere. E credere non è il risultato di un ragionamento, di una dimostrazione. E' un bisogno primario e dovrebbe essere posto prima ancora del bisogno di alimentarsi, di essere difesi, di generare. Anche queste pulsioni no si attiverebbero mai, senza credere. E giustamente si è sottolineato che si può credere anche in ciò che, analizzato razionalmente, appare assurdo. In fondo l'amore presuppone un atto di fede, talora immediato.
E poi occorre credere anche in se stessi, non fosse altro perché in una totale svalutazione di sé non si riesce nemmeno ad aver fiducia negli altri.
La imponderabilità del credere, dei meccanismi che lo attivano e lo sostengono, non deve far ritenere che corrisponda a un gioco di casualità, come si trattasse di legami regolati dalla combinazione statistica. Ci sono comunicazioni che vengono prima della consapevolezza, si chiamano anche sub-liminali, sono delle forze, delle energie di legame che semplicemente noi non conosciamo, ma ciò non autorizza affatto a escludere che abbiano una qualche "logica".

Vittorino Andreoli, Il corpo segreto
Rizzoli, Milano 2014, p. 109

26.12.20

LA VITA COME OPERA D'ARTE



“La nostra vita è un'opera d'arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l'arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l'impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all'altezza della sfida. L'incertezza è l'habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all'incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.“


Zygmunt Bauman, L'arte della vita

Laterza, Bari 2010








5.9.19

SEGNO DEI TEMPI


Il segno dei nostri tempi è proprio il degrado dei rapporti umani. La cortesia è considerata una dimostrazione di debolezza, la buona educazione un orpello d'altri tempi.
E' il tempo dell'aggressività spicciola, delle grida nel traffico, degli insulti in rete.
Non è solo questione di buone maniere. E' il rapporto tra le persone a essersi impoverito e involgarito. Nessuno si fida più di nessuno: l'affitto, i debiti, i fornitori; persino lo Stato non paga chi gli ha fornito beni e lavoro. La frase ricorrente è "fammi causa"; tanto la magistratura non riuscirà a fare giustizia in tempo.
Ma nessuna economia può prosperare, nessuna società può essere tenuta insieme, senza la fiducia.
Questa guerra di tutti contro tutti, questi giudizi spietati su qualsiasi categoria - politici e tassisti, medici e giornalisti, docenti e poliziotti - questa notte digitale in cui il colpevole vale un innocente, ci sta avvelenando la vita. Mentre il bello di essere italiani è anche l'umanità dei rapporti, il piacere dell'amicizia e del corteggiamento rispettoso, il gusto della conversazione e dello scherzo bonario; questo nostro essere diversi gli uni dagli altri, regione da regione, città da città, e in fondo assomigliarci per l'attaccamento alla famiglia, alla fede, alle passioni, al calcio, all'amore, alla vita.

Aldo Cazzullo, Giuro che non avrò più fame. L'Italia della ricostruzione
Mondadori, 2018, pag. 205

9.5.19

STRANIERI???

... Nel 2050 la metà della popolazione del nostro continente sarà di origine extracomunitaria... "per la prima volta nella storia, tutti i popoli della terra hanno un presente comune" come spiegava Beck. Ogni paese è diventato il prossimo quasi immediato di ogni altro paese e ogni uomo sente la scossa di eventi che si svolgono all'altra estremità del globo.Con una complicazione aggiuntiva: che gli effetti di ogni singolo evento, oggi, si trasmettono secondo un processo a rete, in direzioni e con effetti politici e culturali imprevedibili e sproporzionati rispetto all'ipotesi iniziale.
... Lo straniero un tempo distante è diventato il vicino con il quale condividiamo strade, strutture pubbliche, scuole, luoghi di lavoro.E questa è una prossimità destabilizzante poiché dall'altro non sappiamo cosa aspettarci. Non ci è possibile rimuovere o aggirare con un click differenze fin troppo reali e l'universalità perdura o immaginaria dei nostri valori deve lasciare il posto a una faticosa compatibilità.

Bauman Z. e Mauro E., Babel
Laterza, 2016, p. 137

18.3.18

PRENDERE COMMIATO

Così noi viviamo e prendiamo sempre commiato (l'immagine bellissima è di Rainer Maria Rilke), il commiato da esperienze che vivevano in noi, e che lentamente muoiono, il commiato da speranze che si trasformano in illusioni, il commiato da sogni che a mano a mano perdono il loro fascino, il commiato da libri che ci sembravano immortali, e che svaniscono nella loro immagine, e nel loro fascino, il commiato da luoghi amati che scoloriscono nella memoria del cuore, il commiato da musiche che ci incantavano, e ora non ci dicono più nulla, il commiato da quello che noi eravamo, ieri, un  mese, un anno, vent'anni fa, e che oggi non siamo più, il commiato da emozioni che si rianimavano in noi e che ora sono spente, il commiato da persone che si sono amate, e si sono poi perdute, e l'estremo commiato: quello della vita.
Ci sono nondimeno commiati definitivi e commiati temporanei, commiati dolorosi e commiati che non fanno male; ma non da tutto si può prendere commiato: non si prende commiato dalle persone, dalle esperienze, dai luoghi, dai paesaggi, dalle situazioni, dai libri, dalle musiche, che hanno radici ineliminabili dalla nostra vita.

Eugenio Borgna, L'indicibile tenerezza. In cammino con Simone Weil
Feltrinelli 2016, p. 207

21.10.15

GRATITUDINE

Essere grati, vivere la gratitudine, è  semplicemente riconoscere il bene. Spesso riduciamo o offuschiamo questo riconoscimento con il molto lamentarci del male, dei limiti e delle insufficienze delle nostre condizioni e delle nostre pratiche personali e sociali. Non ci mancano i motivi, eppure non ci devono schiacciare. Tante volte, pur avendo salute, benessere, interessi, attività, affetti, siamo scontenti per qualcosa che ci manca, fino a maledire o brontolare sordamente contro la vita, o contro la sorte.
Questa è ingratitudine, perché non si sa vedere e riconoscere i beni ricevuti. Forse è l'unico peccato: non dire grazie alla grazia. Il lamento è un diritto e un appello sacro che il povero e la vittima elevano quando sentono mancare il bene, quando soffrono l'abbandono. Ma quando il lamento prevale perché dimentica il bene, è ingratitudine.

Enrico Peyretti, Elogio alla gratitudine
Assisi 2015, Cittadella Editrice, p. 13

Foto by Viewminder

9.9.15

ANTENATI DEGLI ODIERNI VEGANI

Qual pena voi meritaste, o pecore, o placidi animali, voi, nate gli uomini a beneficare, voi che il nettare vostro nelle gonfie mammelle ci recate, e le lane vostre ci date a nostro vestimento, e che in vita più che da morte a noi giovate? Qual pena mai ha meritato il bove, questo animale senza inganni o frode, innocuo, semplice, venuto al mondo per sopportar fatiche? Veramente è un ingrato, non è degno del guadagno ottenuto nelle messi, colui che, appena toltolo dal peso dell'aratro ricurvo, ha avuto il cuore di macellare il suo compagno agreste, chi quel collo logorato dal lavoro con la scure ha percosso, e grazie al quale tante volte, egli il duro suolo reso aveva fecondo. E non basta che sia un tale misfatto perpetrato; gli stessi Dei si volle compartecipi al crimine e del massacro del giovenco aratore si vuol credere abbia il nume superno a compiacersi.

Ovidio, Metamorfosi, XV libro, versi 116-129 (tratto da Ugo Magnani, La legge di giustizia sul mondo animale, Mangiarotti, Cremona 1966) citato in Margherita Hack, Perché sono vegetariana, pag. 63

Foto by mbeo

28.8.13

VECCHIA PROFEZIA SULLA SOCIETÀ DI MASSA

Si chiami pure «civilizzazione» o «umanizzazione» o «progresso» ciò in cui oggi si cerca il tratto distintivo degli Europei; o lo si chiami semplicemente, senza lode e senza biasimo, con una formula politica, il movimento “democratico” d’Europa; dietro a tutti i primi piani morali e politici, cui si rimanda con tali formule, si svolge un immenso “processo fisiologico” che va divenendo sempre più fluido, un processo di omogeneizzazione degli Europei, un loro crescente distacco dalle condizioni alle quali devono la loro origine razze vincolate dal punto di vista del clima e delle classi, una loro progressiva indipendenza da ogni “milieu determinato”, che tenderebbe nel corso dei secoli a imprimersi con esigenze eguali nel corpo e nell’anima – la lenta ascesa, quindi, di un tipo umano essenzialmente sovranazionale e nomade, il quale, per esprimerci in termini fisiologici, possiede come sua esemplare caratteristica un “maximum” nell’arte e nella capacità d’adattamento. Questo processo dell’europeo “in divenire”, processo che può essere rallentato nel suo «tempo» da grandi ricorsi, ma che forse proprio per questo guadagna terreno e progredisce in veemenza e in profondità – rientra in esso lo “Sturm und Drang”, ancor oggi imperversante, del «sentimento nazionale», al pari dell’anarchismo che sta appunto prendendo piede –: questo processo perverrà probabilmente a risultati sui quali vorrebbero contare il meno possibile i suoi ingenui promotori e laudatori, gli apostoli delle «idee moderne». Le stesse nuove condizioni, sotto le quali si verrà a formare un livellamento medio e un mediocrizzarsi dell’uomo – un uomo che è un utile, laborioso, variamente usabile e industre animale da branco, – sono idonee in sommo grado a ingenerare uomini d’eccezione, della più pericolosa e ammaliante qualità. Mentre, cioè, quella capacità di adattamento, che sperimenta condizioni continuamente avvicendantisi e intraprende con ogni generazione, quasi a ogni decennio, una nuova opera, rende del tutto impossibile la “potenza” del tipo; mentre l’impressione complessiva, suscitata da tali Europei dell’avvenire, sarà verosimilmente quella di lavoratori di vario genere, loquaci, abulici e atti a qualsiasi impiego, “bisognosi” del padrone, di uno che comandi, come del pane quotidiano; mentre dunque la democratizzazione dell’Europa tende alla generazione di un tipo predisposto alla “schiavitù” nel senso più sottile: in certi casi isolati ed eccezionali l’uomo “forte” dovrà risultare più forte e più ricco di quanto forse lo sia mai stato sino a oggi – grazie alla sua istruzione scevra di pregiudizi, grazie all’immensa versatilità dei suoi accorgimenti, della sua arte e delle sue maschere. Volevo dire che la democratizzazione dell’Europa è al tempo stesso un’involontaria organizzazione per l’allevamento di “tiranni” intendendo questa parola in ogni senso, anche in quello più spirituale.

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male
Adelphi 1977, aforisma n. 242

Foto by Zachary Tarrant

18.5.13

IL LETTERATO E LA GUERRA

Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella: per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce più la grazia.
Il cuore dura fatica ad ammetterlo. Vorremmo che quelli che hanno faticato, sofferto, resistito per una causa che è sempre santa, quando fa soffrire, uscissero dalla prova come quasi da un lavacro: più puri, tutti. E quelli che muoiono, almeno quelli, che fossero ingranditi, santificati; senza macchia e senza peccato.
E poi no. Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a unopera, a uneredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. Mancheremmo, si sente così bene, così forte, al rispetto che è dovuto alluomo e alla sua opera, se portassimo nel valutarla qualche criterio estraneo, qualche voto di simpatia, o piuttosto di pietà. Che è unoffesa: verso chi ha lavorato seriamente: verso chi è morto per fare il suo dovere.

Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato
Pendragon, Bologna 2002, pp. 46-47

Foto tratta da www.pietredellamemoria.it.

7.2.12

GERUSALEMME

Iniziamo a mangiare. Gli stridori della notte crescono intorno a noi. Una falena gigantesca ruota follemente nei pressi della lampada appesa al frontone di casa. Nel cielo, dove un tempo si perdevano tante romanze, una falce di luna abbraccia una nuvola. Sopra il muretto di recinzione è possibile vedere le luci di Gerusalemme, con i suoi minareti e i campanili delle sue chiese, che quel bastione sacrilego, miserabile e brutto, nato dall'inconsistenza degli uomini e delle loro incorreggibili carognate, ormai sconcia. Eppure, nonostante l'affronto che le fa il Muro di tutte le discordie, Gerusalemme la sfigurata non si piega. È sempre lì, rannicchiata fra la clemenza delle sue pianure e i rigori del deserto di Giudea, e attinge la propria sopravvivenza alle sorgenti della sua eterna vocazione, alle quali né i re di un tempo né i ciarlatani di oggi avranno mai accesso. Sebbene crudelmente spossata dagli abusi degli uni e dal martirio degli altri, continua a conservare la fede, stasera più che mai. Sembra che si raccolga in mezzo ai suoi ceri, che riscopra l'intera portata delle sue profezie adesso che gli uomini si preparano a dormire. Il silenzio si vuole un porto di pace. La brezza fruscia nel fogliame, carica d'incenso e profumi del cosmo. Basterebbe prestare orecchio per sentire il polso degli dèi, tendere la mano per cogliere la loro misericordia, avere presenza di spirito per fare corpo con loro.
Ho molto amato Gerusalemme quand'ero adolescente. Provavo lo stesso brivido, sia davanti alla cupola di al-Aqsa che ai piedi del Muro del pianto, e non potevo rimanere insensibile di fronte alla quiete che emana la basilica del Santo Sepolcro. Passavo da un quartiere all'altro come da una fiaba askenazita a un racconto beduino, con la medesima felicità, e non avevo bisogno di essere un obiettore di coscienza per non dare credito alle teorie delle armi e ai sermoni virulenti. Mi bastava alzare gli occhi sulle facciate intorno per oppormi a tutto quello che poteva scalfirne l'immutabile maestosità. Ancora oggi, divisa fra un orgasmo da odalisca e un ritegno da santa, Gerusalemme ha sete di ebbrezza e di spasimanti, e vive malissimo la cagnara dei suoi figli, sperando contro venti e maree che una schiarita liberi le menti dal loro oscuro tormento. Di volta in volta Olimpo e ghetto, ninfa Egeria e concubina, tempio e arena, soffre di non poter ispirare i poeti senza che le passioni degenerino e, con la morte nel cuore, si sfalda a seconda degli umori come si frangono le sue preghiere nelle bestemmia dei cannoni...

Yasmina Khadra, L'attentatrice
Mondadori, 2007, pp. 129-130
Foto by Joseph

18.7.11

DONNE E UOMINI VUOTI

Ho meditato a lungo sulla necessità di accettare l'esistenza di quello che avevo studiato sotto la categoria di male morale. Accettare davvero la capacità dell'uomo di distruggere l'uomo, senza rendersi conto di cosa comporta. Un deficit di empatia, più che una ferita ferina o diabolica: la famosa banalità del male. Mi fa paura questo cuore buio del mondo, dove si produce eternamente la possibilità che la crudeltà, la violenza, l'omicidio, ritornino...
Ho picchiato la testa contro il muro per anni finché non sono riuscita a far scendere dal cervello al cuore e alla pancia le parole insistenti della mia analista: la necessità di accettare che esistono persone prive della capacità di intendere davvero la sofferenza inflitta all'altro e di curarsene. Ho capito l'assurdità della domanda. Nella mia vita è un percorso sterile che non porta a nulla...
Esistono gli "uomini vuoti", ma il mondo non per questo si svuota di senso, diventando un deserto senza speranza. Appassisce un'illusione infantile che cede il passo alla consapevolezza che il senso va costruito, con fatica...
L'intuizione dell'umanità impoverita, di chi non sa darsi conto e cura delle sofferenze altrui mi ha portato a desistere, colmandomi di un sentimento di pena, mista a distacco. Senza rabbia né rassegnazione. Solo, la determinazione a fare altrimenti. Nel mondo il male esiste, dentro all'uomo, mescolato alla vita. E' necessario saperlo, e fare ogni cosa possibile per agire in positivo. Pensare di più, e altrimenti, scrive Paul Ricoeur la filosofia morale è pratica e dialettica, il problema del male va affrontato attraverso le azioni complementari del pensare, dell'agire e del sentire. L'ho letto a vent'anni ma ho cominciato a sentirlo scorrere nelle vene dieci anni dopo.

Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore
Einaudi, Torino 2009, pp. 284-286

Foto by GuilleDes

30.5.11

VITA AUTENTICA

Noi siamo tanto bravi nel "fare"; ma quest'efficienza e questa corsa ci stanno portando a una nevrosi collettiva. Dobbiamo allora accettare di fare meno cose per vivere più vita: "più" in senso qualitativo, nel senso della "qualità della vita" di cui tanto si parla. Io accetto questo "meno" che è un "più" e non voglio rimpiangere il non fatto, ma accontentarmi del vissuto che è già tanto denso, profondo e spesso. Perché è vero che abbiamo tanto da fare ma è vero che dobbiamo, prima di tutto vivere. Dare la precedenza alla vita. Non importa quello che faccio: importa come vivo: importa attraverso il lavoro che mi trovo al momento tra le mani, vivere la vita, in tutta la sua densità. Allora si toccano quei momenti di pienezza, in cui pensare al "dopo", al lavoro non fatto, a quello che resta da fare, non ha senso. Si avverte di aver fatto tutto perché si tocca una dimensione di assoluto. E' il senso felice dell'arrivo che non si oppone al senso del cammino perché ogni arrivo è una tappa di un ulteriore progressione, ma anche ogni tappa è un arrivo nel già raggiunto infinito. Allora il protendersi non è più insofferenza - fuga da - ma speranza: corsa verso. E l'indugiare non è un perditempo, una pigrizia, una pantofola calda: è il riposare nel nido di Dio...
Si dice che è più importante essere che avere... ma preferisco, più dinamicamente, dire "è più importante vivere che fare". E questa preminenza del vivere sul fare - che è poi la preminenza del vivere sulle modalità concrete della vita, le sue espressioni episodiche, operative e in fondo accidentali - pacifica le sempre incombenti frustrazioni che si appiattano all'angolo delle possibilità perdute. E la vita è una collana di possibilità perdute; e tanto più si fa densa, ricca di curiosità, di interessi, di spazi, tanto più le possibilità, le occasioni, le esistenze perdute aumentano. Ma esse non sono che modi del tutto secondari rispetto a qualche cosa che ci cresce e ci matura dentro; e che è appunto la vita.

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca
Einaudi, Torino 2011, pp. 90,91, 107

Foto by Martin Gommel

LA MORTE CHE NON FA PAURA

Nulla ci sconvolge più di una morte improvvisa, il principale terrore dell'esistenza umana. L'uomo occidentale, figlio di una civiltà ottimistica, vive facendo finta che la morte non ci sia o, se pure c'è, riguardi un lontano futuro. Invece la tradizione giapponese invita a trovarsi sempre pronti a una fine inattesa. Una delle sentenze più note dei samurai recita: "Ridestandoti al mattino, sii pronto a morire". Non per darsi un'aria più solenne, ma perché questo acuisce le sensazioni e risveglia la mente; il punto è che è assai temibile morire alla sprovvista...
Il principale sogno dell'umanità è sbarazzarsi della paura delle morte, e al contempo di tutte le altre paure. Questo significa non sopprimere in generale la morte, bensì eliminare la morte improvvisa, imprevedibile e prematura, che si abbatte sull'individuo quando non è ancora sazio della vita e non ha compiuto ciò per cui è destinato. Sottomettere la morte, in fin dei conti è appunto questo lo stimolo basilare della scienza, del progresso e del pensiero sociale...
Quando la morte cesserà di infondere timore e di essere percepita come un male, si potrà considerare che l'umanità abbia concluso felicemente il suo cammino e sia tornata all'Eden.

B. Akunin, Le città senza tempo. Storie di cimiteri
Frassinelli, Milano 2006, pp 116, 199


Foto by  charliebomber

20.2.10

UN VERO UOMO

Un vero uomo è tale per il modo in cui interpreta l'essenza specifica della natura umana, cioè la libertà. Un vero uomo è l'uomo libero da ogni servilismo esteriore, che non si inchina a baciare la mano di nessuno, né desidera che qualcuno si inchini a baciare la sua, atteggiamenti che contrassegnano l'esistenza all'insegna del potere e non della libertà.
Ed è libero da ogni servilismo interiore, ripulisce la mente da parole e concetti uditi da altri, se non ne è intimamente convinto. Egli non obbedisce, pensa. Ma pensa per cercare di obbedire alla verità, perché sa che la più dura prigionia è quella verso se stessi e che essa può venire sconfitta solo da un amore più grande di quello verso se stessi, l'amore, appunto, per la verità che si dice come bene e come giustizia. Per questo la vita autentica è al'insegna del viaggio, dell'uscita da sé verso la realtà, fino a farsi compenetrare totalmente dalla realtà e diventare un autentico frammento di realtà, che, come una pietra o come una pianta, esiste senza la minima traccia di menzogna.
Per alcuni il viaggio verso l'autenticità sarà un esodo verso una patria, per altri solo un esodo senza patria, un'odissea senza Itaca. Penso però che per tutti valgano le celebri parole dell'Ulisse dantesco, secondo le quali, alla luce della nostra essenza di uomini, la vita autentica è quella vissuta all'insegna del bene (virtute) e dell'amore per la verità (conoscenza). Impostare tutte le relazioni sulla base di questi valori è la più grande fortuna che possa capitare nella vita.

Vito Mancuso, La vita autentica
Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, pp. 170,171

Foto by ellenprather95