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6.11.22

NESSUNO PUO' FARCELA DA SOLO


In occasione delle Paraolimpiadi di Seattle del 1992, nove atleti, tutti mentalmente o fisicamente diversamente abili, erano pronti sulla linea di partenza dei 100 metri.
Allo sparo della pistola iniziarono la gara, non tutti correndo ma tutti con la voglia di arrivare a vincere.
Improvvisamente uno di loro cadde sull'asfalto, fece un paio di capriole e cominciò a piangere. Gli altri otto lo sentirono, rallentarono e guardarono indietro.
Una ragazza con la sindrome di Down si sedette accanto a lui e cominciò a baciarlo e a dire: "Adesso stai meglio?".
Allora tutti e nove si abbracciarono e camminarono verso la linea del traguardo.
Tutti nello stadio si alzarono, e gli applausi andarono avanti per parecchi minuti.
Perché si racconta ancora questa storia? Perché sappiamo che la cosa importante nella vita va oltre il fatto di vincere per se stessi.
La cosa importante in questa vita è aiutare gli altri a vincere, anche se comporta rallentare e cambiare la nostra corsa.

25.2.22

I DUE FRATELLI

Due fratelli possedevano un campo in comune. Uno di essi era sposato, l'altro invece, viveva solo.
Quando a giugno arriva il tempo della mietitura, i due se ne vanno nel campo e si dividono i covoni in parti uguali.
Di notte, però, il fratello che vive solo pensa: "Mio fratello deve mantenere una famiglia, non è giusto che la mia parte sia uguale alla sua".
Allora si alza, va a prendere alcuni covoni dal suo mucchio e li mette in quello del fratello.
Poche ore dopo, il fratello sposato pensa, anche lui, tra sé: "Mio fratello è giovane e non ha nessuno che lo aiuti. Non è giusto che lo abbia soltanto quanto me". Si alza e va a regalargli alcuni suoi covoni.
Per due notti si ripete la stessa gara.
Finalmente, uno dice: "Questa sera mi fermo nel campo, voglio spiegarmi lo strano mistero: i covoni tolti li ritrovo, puntualmente, nel mio mucchio".
A mezzanotte arriva il fratello... I due si incontrano, si capiscono, si abbracciano.


Pino PellegrinoRacconti per i voli dell'anima
Mario Astegiano Editore, 2002, p. 30

27.1.22

LE TRE PAROLE

Un giorno Madre Teresa 
di Calcutta fu apostrofata in pubblico da un contestatore: "Che cos'è la sua carità? 
Cosa crede di fare in India? Meno di una goccia nell'oceano. Basta con la carità, ci vuole giustizia!".
Al che Madre Teresa rispose: 
"E' vero: quello che facciamo 
è nulla. Quando ho cominciato non ho pensato tanto. Mi ero trovata per strada davanti a un uomo rannicchiato per terra, scheletrito dalla fame, col respiro impercettibile. 
Non potevo neppure rimuoverlo.
Mi sono chiesta, allora, che cosa potevo almeno dirgli, qualche parole che quell'uomo non avesse mai sentito in vita sua che lo consolasse prima di morire.
Gli ho preso delicatamente il viso fra le mani e gli ho sussurrato all'orecchio: 
"Ti voglio bene!".
Mi sorrise... e morì. Aveva ricevuto un dono inaspettato. Non dimenticherò mai 
quel sorriso risuscitato da quelle tre parole".

Pino PellegrinoRacconti per i voli dell'anima
Mario Astegiano Editore, 2002, p. 137




2.12.21

I TRE SCALPELLINI

Una volta un uomo, camminando per strada, vide tre scalpellini al lavoro.

Al primo domandò: "Che cosa fai?". L'uomo gli rispose: "Mi guadagno la vita".

Anche al secondo domandò: "Che cosa fai?". L'uomo gli rispose: "Taglio una pietra".

Finalmente domandò al terzo: "Che cosa fai?". L'uomo gli rispose: "Costruisco una cattedrale".

E' la prospettiva che eleva anche il lavoro più umile.

Pino PellegrinoRacconti per i voli dell'anima
Mario Astegiano Editore, 2002, p. 149

11.11.21

GLI OCCHI E LE PALPEBRE

Un giorno un discepolo si macchiò di una grave colpa.
Tutti si aspettavano che il maestro lo punisse in modo esemplare.
Ma passò un anno e il maestro non dette segno di reazione.
Allora un altro discepolo protestò: "Non si può ignorare ciò che è accaduto dopo tutto. Dio ci ha dato gli occhi!".
Il maestro gli replicò: "E' vero, ma anche le palpebre!".
La giustizia ha le sue esigenze, ma non il primato: nel cristianesimo il primato lo ha l'amore.




Pino PellegrinoRacconti per i voli dell'anima
Mario Astegiano Editore, 2002, p. 106

3.10.21

DIOGENE E LE STATUE

C'era una volta un filosofo dell'antica Grecia che si chiamava Diogene. 
Era un filosofo piuttosto originale, ma tutto sommato saggio.
Un giorno decise di andare a chiedere l'elemosina rivolgendosi a delle statue. 
Un signore lo vide e gli chiese la ragione di questo gesto.
Diogene rispose: "Mi esercito con le statue, per abituarmi all'atteggiamento degli uomini".

Pino Pellegrino, Racconti per i voli dell'anima
Mario Astegiano Editore, 2002, p. 129

19.4.20

LA RICETTTA DELLA FELICITA'

Una volta mi trovai di fronte a una domanda a cui non sapevo rispondere, 
allora chiesi al Grande Ariete... Che cos'è la felicità?
Ti risponderò raccontandoti la storia di Selma, la pecora.
C'era una volta una pecora...
che ogni mattina all'alba brucava un po' d'erba...
verso mezzogiorno insegnava ai piccoli a parlare...
il pomeriggio faceva un po' di sport...
poi brucava ancora un po' d'erba...
la sera faceva due chiacchiere con la signora Condor...
e la notte dormiva di un bel sonno profondo.

Una volta le chiesero che cosa avrebbe fatto
se avesse avuto più tempo, e lei disse...
quando sorge il sole brucherei un po' d'erba...
parlerei con i piccoli verso mezzogiorno...
poi farei un po' di sport...
brucherei...
ala sera farei volentieri due chiacchiere con la signora Condor...
senza dimenticare di fare una bella dormita.

E se vincesse al lotto?
Dunque, brucherei molta erba, magari all'alba...
parlerei molto coi piccoli...
poi farei un po' di sport...
il pomeriggio brucherei l'erba...
verso sera mi piacerebbe chiacchierare con la signora Condor...
poi mi abbandonerei a un lungo sonno profondo.

Jutta Bauer, Selma o la ricetta della felicità
Salani Editore, 2005

3.6.18

LE TRE OCHETTE

La mia favola preferita 
raccontata dalla Nonna Tosca


C’erano tre ochette bianche che abitavano nel cortile della fattoria e passavano il loro tempo a scorazzare nell’aia.
Un giorno si erano allontanate e mentre camminavano sul prato vicino alla fattoria arriva un lupo. Le ochette sono tutte impaurite e ancoradi più quando il lupo annuncia che quella notte sarebbe andato a mangiarsele.
Le ochette preoccupato vanno a cercare il contadino per farsi fabbricare una casetta. Il contadino era un bravo falegname ma aveva poca legna e allora riesce a fare una casetta piccola piccola dove riesce a entrarci un’ochetta soltanto. La casetta aveva una piccola porta e una finestra: la più furba entra dentro, chiude porta e finestra e lasce le sorelline fuori.
Allora le due ochette rimaste vanno a cercare un altro contadino che sapeva fare il muratore. Piangendo raccontano tutta la storia, sono disperate e vogliono una casina per difendersi dal lupo.
Allora il contadino con dei vecchi mattoni fa una casetta con la porta e la finestra, ma anche questa è molto piccola e ancora una volta la più furba entra dentro e chiude porta .e finestra e l’altra sorellina rimane fuori.
E’ quasi notte l’ochetta è tutta sola, senza casetta e piange disperata. Passa di là un fabbro che tornava dal lavoro, l’ochetta piange, racconta la sua storia e mosso a compassione le costruisce una casetta di lamiera con una porta e una finestra.
Arriva la notte e il lupo si avvicina alla fattoria ma non trova le ochette. Allora si arrabbia e comincia a gridare: “Se vi trovo vi mangio!”.
Improvvisamente vede le tre casette tutte in fila e si avvicina subito a quella di legno e cerca di sfondare la porta.
L’ochetta impaurita chiama la sorellina: Sorellina, sorellina è arrivato il lupo, ho paura, adesso mi mangia”.
Allora la sorellina della casetta di mattoni impietosita le dice: “Vieni, vieni salta dalla finestra, staremo un po’ stretta ma ce la caveremo perché la mia casetta è più sicura”.
L’ochetta vola, la sorellina chiude la finestra e si sentono al sicuro.
Il lupo nel frattempo sfonda la porta. Entra e non trova nessuno e si arrabbia moltissimo. Allora si avvicina alla seconda casetta. “Sto arrivando, adesso vi mangio tutte e due”.
Le ochette terrorizzate gridano verso la casetta dell’utima sorellina chiedendo aiuto. La sorella impietosita apre la finestra e dice: “Presto, saltate qui dentro, altrimenti arriva il lupo. Venite qui che staremo al sicuro.”
Le ochette saltano e la sorella chiude la finestra.
Il lupo inferocito sfonda anche la seconda porta ma non trova nessuno.
Nel frattempo le ochette hanno pensato di organizzarsi meglio per difendersi dal lupo.
Hanno messo a bollire dell’acqua in un paiolo dopo averlo sistemato vicino alla porta.
Il lupo sempre più inferocito si avvicinava alla porta della terza casetta. Le ochette sono pronte ad accoglierlo e lo chiamano dicendo: “Vieni, vieni, entra, vieni a prenderci.” Quando sentono che il lupo e proprio dietro la porta la aprono e il poveretto cade nel paiolo con l’acqua bollente. Urla per il dolore e le ochette si impietosiscono e lo aiutano a uscire dall’acqua. Vogliono curare le sue bruciature e grazie alla loro costanza e  il lupo guarisce.
Ora sono diventati amici e finalmente le ochette possono continuare a scorazzare liberamente sull’aia.

26.12.17

LA CANZONE DEGLI UOMINI

In una delle tribù dell'Africa, quando una donna sa di essere incinta, si addentra nella savana con altre donne e insieme pregano e meditano fin quando identificano la “canzone del bimbo”.
Quando il bimbo nasce, la comunità si riunisce e gli canta la sua canzone.
La stessa canzone viene insegnata a tutta la famiglia, così quando il piccolo cade o si fa male ci sia sempre qualcuno che possa prenderlo in braccio e rassicurarlo con quel canto. 
Quando diventa adulto, la gente si riunisce nuovamente e canta. 
Quando arriva il momento del suo matrimonio la persona ascolta la sua canzone.
E alla fine, quando  sta per andarsene da questo mondo, la famiglia e gli amici gli si avvicinano e, come al momento della sua nascita, cantano la sua canzone per accompagnarlo nel “viaggio”.
In questa tribù dell’Africa c’è un’altra occasione nella quale gli uomini cantano la canzone.
Se in alcuni momenti della vita la persona commette un crimine o un atto socialmente riprovevole, lo conducono fino al centro del villaggio e le persone della comunità formano un cerchio intorno a lui.
E allora gli cantano la sua canzone.
La tribù sa che la correzione per una condotta anti-sociale non è il castigo; è l’amore e il ricordo della sua vera identità.
Quando riconosciamo la nostra canzone non proviamo né la voglia né la necessità di giudicare nessuno.
I tuoi amici conoscono “la tua canzone” e te la cantano quando te la dimentichi.
Quelli che ti amano non possono essere ingannati dagli errori che hai commesso o dai lati oscuri che mostri agli altri.
Ti ricordano la tua bellezza quando ti senti brutto; la tua totalità quando ti senti straziato; la tua innocenza quando ti senti in colpa e i tuoi propositi quando ti senti confuso.

Tolba Phanem
poetessa africana, impegnata nella difesa
dei diritti civili delle donne


LE DUE ANFORE

Ogni giorno un contadino portava l'acqua dalla sorgente al villaggio in due grosse anfore che legava sulla groppa dell'asino, che gli trotterellava accanto. Una delle anfore, vecchia e piena di fessure, durante il viaggio perdeva acqua. L'altra, nuova e perfetta, conservava tutto il contenuto senza perderne neppure una goccia.
L'anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l'anfora nuova non perdeva occasione per farle notare la sua imperfezione.
"Non perdo neanche una stilla d'acqua, io!"


Un mattino, la vecchia anfora si confidò con il padrone: "Lo sai, sono cosciente dei miei limiti. Sprechi tempo, fatica e soldi per colpa mia. Quando arriviamo al villaggio io sono mezza vuota. Perdona la mia debolezza e le mie ferite".
Il giorno dopo, durante il viaggio, il padrone si rivolse all'anfora screpolata e le disse:
"Guarda il bordo della strada".
"Ma è bellissimo! Tutto pieno di fiori!", rispose l'anfora.
"Hai visto? E tutto questo solo grazie a te", disse il padrone.
"Sei tu che ogni giorno innaffi il bordo della strada. Io ho comperato un pacchetto di semi di fiori e li ho seminati lungo la strada, e senza saperlo né volerlo, tu li innaffi ogni giorno".
La vecchia anfora non lo disse mai a nessuno, ma quel giorno si sentì morire di gioia.

Siamo tutti pieni di ferite e screpolature, ma se lo vogliamo, possiamo fare meraviglie con le nostre imperfezioni..... 

23.7.16

AVERE DELLE CERTEZZE

Il pastore Wilfred Monod racconta così in uno dei suoi libri.
"Mi ero fermato davanti a una vetrina di un negozio di oggetti d'arte che esponeva un quadro raffigurante la crocifissione di Gesù. Ero lì fermo a guardare quando mi accorsi che dietro di me un bambino di strada guardava questo stesso quadro con intensità!
- Sai  chi è? gli chiesi.
- Certo signore, è il nostro Salvatore! Il suo sguardo esprimeva una certa pietà.
Dopo un momento di silenzio egli, desiderando insegnarmi qualcos'altro aggiunse:
- Là ci sono dei soldati, dei soldati romani, mentre questa donna è sua madre.
Egli si fermò quasi a rispettare quel dolore poi aggiunse:
- L'hanno ucciso, signore, loro l'hanno ucciso.
- Dove hai imparato questo?
- Nella mia chiesa.
Io mi allontanai lasciando quel piccolo guardare ancora, non avevo fatto tanta strada che sentii gridarmi:
- Signore, signore.
Quel bambino mi era corso dietro, e col fiatone disse:
- Ci tenevo a farle sapere ancora una cosa, quell'uomo in croce è risuscitato, capito signore, è risuscitato".

22.11.14

IL COLIBRI' E L'AVVOLTOIO

Sia il colibrì che l'avvoltoio volano sopra i deserti.
Gli avvoltoi vedono solo la carne in putrefazione, perché è questa che cercano per vivere.
I colibrì, invece, ignorano la carne fetida degli animali morti e cercano i fiori dai colori vivaci delle piante del deserto.
Gli avvoltoi vivono di ciò che era. Vivono del passato. Si riempiono di ciò che è morto e andato.
I colibrì vivono di ciò che è. Cercano la vita nuova, si riempiono di freschezza e di vita.
Ogni creatura trova quel che cerca. Anche noi.
Anonimo

Foto by Danny Perez

LE TRE RANE

Tre rane caddero in un secchio colmo di latte.
La prima, pessimista, concluse che non c'era nulla da fare e si lasciò miserevolmente annegare.
La seconda, lucida e ragionatrice, pensò che se la sarebbe potuta cavare compiendo un gran balzo. Calcolò i valori algebrici della traiettoria, quelli parabolici e dinamici, poi spiccò il salto. Ma immersa com'era nelle sue elucubrazioni non aveva notato che il secchio aveva un manico. E contro di esso andò a sfracellarsi.
La terza rana, che aveva una gran voglia di vivere, non seppe far altro che esprimere tale voglia: si dimenò, si agitò, si dibatté. Sino a che, scosso da tanto ribollire, il latte divenne burro. Ed essa si salvò.

Racconto popolare cinese

Foto by Grant Frederiksen

IL PIC NIC DEGLI ANIMALI

Le orchidee erano in fiore nella giungla. Per festeggiare la primavera gli animali avevano fatto un pic nic. Alla fine...
"Brr!" barrì l'elefante sollevando la proboscide. "Non si può lasciare così la radura: con tutti questi piatti e questi bicchieri di plastica sparsi, con le bottiglie vuote e le cartacce e gli avanzi di cibo... Qualcuno deve fare pulizia!".
"Io non posso" disse l'ippopotamo. "Devo tornare subito al fiume".
"Neppure io" disse l'airone rosa. "Ho paura di sporcarmi le piume".
"Rrr!" ruggì il leone. Neppure le grandi piogge potranno distruggere questi orribili rifiuti. La foresta intristirà con tanti pezzi di vetro, di plastica e di latta. Non ci sarà dunque nessuno che farà pulizia?"
"La farò io" disse allora lo scimpanzé. "Ho le mani!"

Zeno Arona


Foto by Riccardo Cuppini

LA RANA E IL BUE

Una volta una rana vide un bue in un  prato. Presa dall'invidia per quell'imponenza, prese a gonfiare la sua pelle rugosa. Chiese poi ai suoi piccoli se fosse diventata più grande del bue. Essi risposero di no. Subito riprese a gonfiarsi con maggiore sforzo e nuovo chiese chi fosse più grande.
Quelli risposero: "Il bue!".
Sdegnata, volendo gonfiarsi sempre più, scoppiò e morì.

Fedro

Foto by Carlos De Soto Molinari

LA VOLPE E L'UVA

Spinta dalla fame sotto un alto pergolato, una volpe cercava di afferrare l'uva, saltando con tutte le sue forze.
Visto che non riusciva neppure a toccarla, allontanandosi disse: "Non è ancora matura. Non voglio mangiarla acerba."
Fedro

Foto by yasa_

5.2.10

IL CAPPELLO ROSSO PORPORA


A tre anni lei si guarda e vede una regina.

A otto anni lei si guarda e vede Cenerentola.

A quindici anni lei si guarda e si vede brutta ("mamma non posso andare a scuola con questa faccia").

A vent'anni lei si guarda e si vede troppo grassa/troppo alta/troppo magra/troppo bassa, con i capelli troppo lisci/troppo ricci ma decide di uscire di casa lo stesso.

A trent'anni lei si guarda e si vede troppo grassa/troppo alta/troppo magra/troppo bassa, con i capelli troppo lisci/troppo ricci ma non ha tempo di risistemarsi e decide di uscire di casa lo stesso.

A quarant'anni lei si guarda e si vede troppo grassa/troppo alta/troppo magra/troppo bassa, con i capelli troppo lisci/troppo ricci ma dice "almeno sono pulita" ed esce di casa lo stesso.

A cinquant'anni lei si guarda e si vede esistere e va dovunque abbia voglia di andare.

A sessant'anni lei si guarda e ricorda di tutte le persone che non possono più nemmeno guardarsi allo specchio. Esce di casa e conquista il mondo.

A settant'anni lei si guarda e vede saggezza, capacità di ridere e saper vivere. Esce di casa e si gode la vita.

A ottant'anni non perde tempo a guardarsi. Si mette in testa un cappello color porpora ed esce per divertirsi con il mondo.

Anonimo

Foto by San Diego Shooter

13.4.09

UNA DUNA FIORITA

Una nuvola giovane faceva la sua prima cavalcata nei cieli, con un branco di nuvoloni gonfi e bizzarri. Quando passarono sul grande deserto del Sahara le altre nuvole, più esperte, la incitarono: "Corri, corri. Se ti fermi qui sei perduta".
La nuvola però era curiosa come tutti i giovani e si lasciò scivolare in fondo al branco delle nuvole, così simile a una mandria di bisonti sgroppanti.
"Cosa fai? Muoviti!" le ringhiò dietro il vento, cercando di sospingerla. Ma la nuvoletta aveva visto le dune di sabbia dorata: uno spettacolo affascinante. E planò leggera, leggera. Le dune sembravano nuvole d'oro accarezzate dal vento.
Una di esse le sorrise: "Ciao" le disse. Era una duna molto graziosa, appena formata dal vento, che le scompigliava la luccicante chioma.
"Ciao, io mi chiamo Ola" si presentò la nuvola.
"Io Una" replicò la duna.
"Com'è la tua vita laggiù?" chiese la nuvola curiosa.
"Beh, sole e vento. Fa un po' caldo ma ci si arrangia. E la tua?".
"Sole e vento, grandi corse nel cielo".
"La mia vita è molto breve" disse la duna "quando tornerà il gran vento forse sparirò!".
"Ti dispiace?"
"Un po', mi sembra di non servire a niente".
"Anch'io mi trasformerò presto in pioggia e cadrò. E' il mio destino."
La duna esitò un attimo, poi disse: "Lo sai che noi chiamiamo la pioggia Paradiso?":
"Non sapevo di essere così importante" rise la nuvola.
"Ho sentito raccontare da alcune vecchie dune quanto sia bella la pioggia - disse la piccola duna - noi ci copriamo di cose meravigliose che si chiamano erba e fiori".
"Oh è vero, li ho visti".
"Io probabilmente non li vedrò mai" concluse mestamente la duna.
La nuvola rifletté un attimo poi disse: "Potrei pioverti addosso io!".
"Ma morirai!".
"Tu però fiorirai" disse la nuvola e si lasciò cadere, diventando pioggia iridescente.
Il giorno dopo la piccola duna era fiorita.

Giuliana Martirani, La civiltà della tenerezza
Edizioni Paoline, Milano 1997, p. 161


Foto by Pear Biter

26.4.08

L'INCONTRO

"Ebbi lo scompartimento del treno tutto per me. Poi salì una ragazza" racconta un giovane indiano cieco. "L'uomo e la donna venuti a accompagnarla dovevano essere i suoi genitori. Le fecero molte raccomandazioni. Dato che ero già cieco allora non potevo sapere che aspetto avesse la ragazza, ma mi piaceva il suono della sua voce.
"Va a Dehra Dun?" chiesi mentre il treno usciva dalla stazione. Mi chiedevo se sarei riuscito a impedirle di scoprire che non ci vedevo. Pensai: se resto seduto al mio posto, non dovrebbe essere troppo difficile.
"Vado a Saharanpur" disse la ragazza "là viene a prendermi mia zia. E lei dove va?".
"A Dehra Dun e poi a Mussorie" risposi.
"Oh, beato lei! Vorrei tanto andare a Mussorie. Adoro la montagna. Specialmente in ottobre."
"Sì, è la stagione migliore" dissi attingendo ai miei ricordi di quando potevo vedere. "Le colline sono cosparse di dalie selvatiche, il sole è delizioso, e di sera si può star seduti davanti al fuoco a sorseggiare un brandy. La maggior parte dei villeggianti se n'è andata, e le strade sono silenziose e quasi deserte."
Lei taceva e mi chiesi se le mie parole l'avessero colpita, o se mi considerasse solo un sentimentaloide. Poi feci un errore. "Com'è fuori?" chiesi.
Lei però non sembrò trovare nulla di strano nella domanda. Si era già accorta che non ci vedevo? Ma le parole che disse subito dopo mi tolsero ogni dubbio. "Perché non guarda il finestrino?" mi chiese con la massima naturalezza. Scivolai lungo il sedile e cercai con il tatto il finestrino. Era aperto, e io mi voltai da quella parte fingendo di studiare il panorama. Con gli occhi della fantasia, vedevo i pali telegrafici scorrere via veloci. "Ho notato" mi azzardai "che sembra che gli alberi si muovano mentre noi stiamo fermi?".
"Succede sempre così" fece lei.
Mi girai verso la ragazza, e per un po' rimanemmo seduti in silenzio. "Lei ha un viso interessante" dissi poi. Lei rise piacevolmente, una risata chiara e squillante. E' bello sentirselo dire" fece. "Sono talmente stufa di quelli che mi dicono che ho un bel visino!".
Dunque ce l'hai davvero una bella faccia, pensai. E a voce alta proseguii: "Beh, un viso interessante può anche essere molto bello".
"Lei è molto galante" disse. "Ma perché è così serio?"
"Fra poco lei sarà arrivata" dissi in tono piuttosto brusco.
"Grazie al cielo, non sopporto i viaggi lunghi in treno".
Io invece sarei stato disposto a rimanere seduto lì all'infinito, solo per sentirla parlare. La sua voce aveva il trillo argentino di un torrente in montagna. Appena scesa dal treno, avrebbe dimenticato il nostro breve incontro, ma io avrei conservato il suo ricordo per il resto del viaggio e anche dopo.
Il treno entrò in stazione. Una voce chiamò la ragazza che se ne andò, lasciando dietro di sé solo il suo profumo. Un uomo entrò nello scompartimento, farfugliando qualcosa. Il treno ripartì. Trovai a tentoni il finestrino e mi ci sedetti davanti, fissando la luce del giorno che per me era tenebra. Ancora una volta potevo rifare il mio giochetto con un nuovo compagno di viaggio.
"Mi spiace di non essere un compagno attraente come quella che è appena uscita" mi disse lui cercando di attaccare discorso.
"Era una ragazza interessante" dissi io. "Potrebbe dirmi... aveva i capelli lunghi o corti?".
"Non ricordo" rispose in tono perplesso. "Sono i suoi occhi che mi sono rimasti impressi, non i capelli. Aveva gli occhi così belli! Peccato che non servissero affatto... era completamente cieca. Non se n'era accorto?".

Come due ciechi che fingono di vedere, quanti incontri tra essere umani sono così. Per paura di mettere allo scoperto ciò che si è. E così si perdono gli appuntamenti decisivi della vita. Certi incontri accadono una volta sola.

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù
ElleDiCi Torino 1993, pp. 66-68
Foto by Chuckumentary

LA VECCHIA SIGNORA SCORBUTICA

Sul tavolino da notte di una vecchia signora ricoverata in un ospizio per anziani, il giorno dopo la sua morte, fu ritrovata questa lettera. Era indirizzata alla giovane infermiera del reparto.

Cosa vedi, tu che mi curi? Chi vedi, quando mi guardi? Cosa pensi, quando mi lasci? E cosa dici quando parli di me? Il più delle volte vedi una vecchia scorbutica, un po' pazza, lo sguardo smarrito, che non è più completamente lucida, che sbava quando mangia e non risponde mai quando dovrebbe. E non smette di perdere le scarpe e le calze, che docile o no, ti lascia fare come vuoi, il bagno e i pasti per occupare la lunga giornata grigia. E' questo che vedi! Allora apri gli occhi. Non sono io. Ti dirò chi sono. Sono l'ultima di dieci figli con un padre e una madre. Fratelli e sorelle che si amavano. Una giovane di sedici anni, con le ali ai piedi, sognante che presto avrebbe incontrato un fidanzato. Sposata già a vent'anni. Il mio cuore salta di gioia al ricordo dei propositi fatti in quel giorno. Ho venticinque anni ora e un figlio mio, che ha bisogno di me per costruirsi una casa. Una donna di trent'anni, mio figlio cresce in fretta, siamo legati l'uno all'altra da vincoli che dureranno. Quarant'anni, presto lui se ne andrà. Ma il mio uomo veglia al mio fianco. Cinquant'anni, intorno a me giocano daccapo dei bimbi. Rieccomi con dei bambini io e il mio diletto. Poi ecco i giorni bui, mio marito muore. Guardo al futuro fremendo di paura, giacché i miei figli sono completamente occupati ad allevare i loro. E penso agli anni e all'amore che ho conosciuto. Ora sono vecchia. La natura è crudele, si diverte a far passare la vecchiaia per pazzia. Il mio corpo mi lascia, il fascino e la forza mi abbandonano. E con l'età avanzata laddove un tempo ebbi un cuore ora vi è una pietra. Ma questa vecchia carcassa rimane la ragazza il cui vecchio cuore si gonfia senza posa. Mi ricordo le gioie, mi ricordo i dolori, e sento daccapo la mia vita e amo. Ripenso agli anni troppo brevi e troppo presto passati. E accetto l'implacabile realtà "che niente può durare". Allora apri gli occhi, tu che mi curi, e guarda non la vecchia scorbutica... Guarda meglio e mi vedrai.

Quanti volti, quanti occhi, quante mani incrociate, ogni giorno. Cosa guardiamo? Le rughe, le ostilità, i dubbi, le durezze. Se imparassimo invece a guardare i sogni, i palpiti, gli amori spesso così accuratamente nascosti?

Bruno Ferrero, C'è qualcuno lassù
ElleDiCi, Torino 1993, pp. 26,27