Visualizzazione post con etichetta SHOA. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SHOA. Mostra tutti i post

26.1.22

UN PAIO DI SCARPETTE ROSSE



C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole.

Joyce Lussu

25.10.20

LA "VITA E' BELLA" NON E' UNA FICTION

 
Quando  Alice e Rafi erano entrati a Theresienstadt, nel 1943, i cancelli erano guardati a vista da soldati che imbracciavano mitra. Fortunatamente la guardia nazista non capiva la lingua ceca, perché Rafi annunciò a voce alta: "Mamma, non mi piace stare qui, voglio tornare a casa". 
Da quel momento Alice inventò fiabe e favole per placare l'ansia del bambino e far passare il tempo. 
Gli chiese di immaginare che fossero sul palcoscenico di un teatro. La strega cattiva li aveva costretti a salire sul treno sbagliato, e ora aspettavano che i soldati buoni venissero a salvarli. Vedendo sua madre sorridere e persino ridere malgrado tutto, Rafi dovette pensare che le cose non potevano essere poi così brutte. Quando mangiavano la minestra acquosa che fungeva da pranzo e da cena, Alice gli raccontava la storia di un re che aveva organizzato per loro un banchetto con tutte le prelibatezze che volevano, e lui faceva finta di divorare montagne di patate e decine dei suoi cioccolatini preferiti.

Caroline Stoessinger, Un secolo di saggezza
Sperling & Kupfer, Milano 2012, pp. 149,150


1.3.20

UN'ULTIMA PAROLA

Caro lettore,
Ti prego, devi capire che una guerra non ha mai un vincitore. Anche chi vince perde bambini e case e l'economia e tutto il resto. Non è una vittoria, quella! Una guerra è quanto di peggio possa accadere all'umanità!
E' questo che vorrei dirti:  farti sentire con il cuore invece che con le orecchie, per farti comprendere cosa accadde in quegli anni.
Si potrebbero scrivere migliaia di libri sulla sciagura che ricevette il nome di Olocausto, ma non sarà mai possibile descriverlo del tutto. Mai.
Io c'ero. E ci ho convissuto per settantotto anni. L'ho vissuto. Ho visto come ciascuna di noi affrontò quell'orrore in modo diverso. Chi aveva la forza di sperare che le cose sarebbero migliorate? Chi continuò a combattere, non dal punto di vista fisico ma mentale? E spiritualmente, come abbiamo fatto a sopravvivere? In tutta sincerità, non credevo che ci sarei riuscita. Ma mi dissi: "Farò quello che posso". E sono ancora viva.

Edith Friedman Grosman (n. 1970)

Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz
Newton Compton, 2020, p. 328

LA FOLLIA DELLA DISCRIMINAZIONE

The Holocaust by George Segal

Con il grosso collo da bulldog e il collare da prete nascosto sotto il doppio mento, Tiso (presidente della Slovacchia, 15 agosto 1942 n.d.c.) era insieme feroce e carismatico. "La gente vuole sapere se quanto sta accadendo adesso sia cristiano... Ma io vi chiedo: non è cristiano che la nazione slovacca voglia sconfiggere un nemico eterno, gli ebrei? Non è cristiano? Ama te stesso è un comandamento divino, e quell'amore mi ordina di rimuovere tutto ciò che mi faccia del male, che minacci la mia vita. E io credo che nessuno abbia bisogno di essere veramente convinto del fatto che l'elemento ebraico slovacco è sempre stato una minaccia per la nostra esistenza, e non penso di dover convincere nessuno di questo!". La gente del paese esultò e sventolò fasci di grano. "Non sarebbe peggio se non ci fossimo liberati di loro? e l'abbiamo fatto secondo i comandamenti di Dio. Slovacchi andate e liberatevi del vostro peggior cancro...!".
La capacità della gente di credere che le politiche governative che si accaniscono sulle minoranze non siano razziste o ingiuste non è propria solo degli anni Quaranta. I regimi moderni sono ugualmente colpevoli di nascondere genocidi sotto la maschera di politiche migratorie, convinzioni religiose, purezza etnica o questioni economiche.

Heather Dune Macadam, Le 999 donne di Auschwitz
Newton Compton, 2020, pp. 179,180

4.2.20

LO STUPORE DEL MALE


Per la prima volta capii di essere considerata una non-persona, un pezzo (uno Stuck, appunto) che stava per essere caricato su un vagone e portato chissà dove. I timori peggiori erano veri. Vere le previsioni a cui non avevo voluto dar credito: non mi ero posta troppe domande e non avevo la capacità, il buon senso, la maturità, l'intelligenza e la fantasia necessari per immaginare quello che avevano preparato per noi...
Era un continuo stupore. Venivo da un mondo fatto di persone buone, miti, da una famiglia in cui non si litigava, in cui ci si voleva bene, appartenente a una borghesia quieta. Per questo - anche dopo aver attraversato tutti i passaggi intermedi che avrebbero dovuto prepararmi al peggio - quell'orrore andava oltre la mia capacità di comprensione...
Per uscire dall'incubo l'unico modo era voltare la faccia dall'altra parte, non vedere. Mi sono sempre proibita di vedere. Ho dovuto diventare vecchia per accettare di vedere le cose che mi erano capitate sotto gli occhi e che mi ero limitata a guardare. Un conto è guardare e uno conto è vedere, e io per troppi anni ho guardato senza voler vedere...
Da anni, ogni volta che mi sento chiedere: "Come è potuto accadere tutto questo?" rispondo con una sola parola, sempre la stessa. Indifferenza. La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle cinque sillabe. Perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c'è limite all'orrore. E' come assistere a un naufragio da una distanza di sicurezza. Non importa quanto grande sia la nave o quante persone abbia a bordo: il mare la inghiotte e, un attimo dopo, tutto torna uguale a prima.

Liliana Segre, La memoria rende liberi 
Rizzoli, Milano 2019, pp. 90,91, 94,95, 115,116, 224,225

11.5.14

IL PERDONO

Il perdono è qualcosa che nasce dentro di noi. Significa allentare il senso di dolore, o forse, ancora più importante, cancellare il ruolo di vittima. Per un ebreo perdonare i nazisti non significherebbe - Dio ne guardi - dir loro: "Quello che avete fatto è comprensibile. Posso capire che cosa vi ha indotto a farlo e non vi odio per questo". Ma significherebbe invece dire: "Quello che avete fatto è assolutamente mostruoso e vi mette fuori dalla categoria degli esseri umani. Ma rifiuto di darvi la possibilità di definire, me, una vittima. Rifiuto di permettere al vostro odio cieco di definire la forma e il contenuto della mia ebraicità. Io non vi odio, vi rifiuto"...

Albert Speer,
ministro degli armamenti di Hitler dal 1942 al 1945,
incontra Simon Wiesental
Io l'ho guardata negli occhi - occhi che riflettevano tutto il popolo assassinato, occhi che avevano visto la sofferenza, il degrado, il fatalismo e l'agonia del suoi compagni. E tuttavia quegli occhi non esprimono odio; restano caldi e tolleranti e pieni di comprensione per le sventure degli altri... Ogni essere umano deve portare il suo fardello. Nessuno può assumersi quello di un altro, ma il mio, dopo quel giorno, è diventato più leggero. E' stata la grazia di Dio a toccarmi attraverso lei.

Simon Wiesental, Il Girasole. I limiti del perdono
Garzanti, Milano 2009, pp. 164, 216

27.9.12

UOMINI A RIGHE

Dovunque guardassi, vedevo muoversi lentamente strane figure: centinaia, no, migliaia. Indossavano tutti  camicie e pantaloni logori, a righe, più simili a pigiami che ad abiti da lavoro. I loro volti erano terrei, le teste rozzamente rasate, appena coperte da minuscoli copricapi. Si aggiravano come ombre vaghe e indistinte, parevano destinati a dissolversi nel nulla da un momento all'altro. Non riuscivo a capire chi o che cosa, fossero. I miei compagni li chiamavano "uomini a righe"...
Riconobbi quei poveri sventurati come miei simili, malgrado fossero stati privati di quasi ogni traccia di umanità. Ciò che avevano subito lo portavano impresso addosso, insieme alla stella di David cucita sulla casacca. Erano ebrei...
Quando bisognava spostare qualcosa di pesante, assegnavano il compito a quei poveretti a righe, che si materializzavano neanche fossero sbucati dalle profondità della terra e sciamavano in massa intorno al tubo, alla valvola o al cavo per riuscire a sollevarlo. Ne servivano tanti perché erano debolissimi...
Ormai avevo capito che quello non era un normale campo di lavoro. I prigionieri venivano deliberatamente ammazzati di fatica. Era l'inferno in terra...

Ma un sopravvissuto ha detto, come messaggio da trasmettere alle generazioni future:

"Perché il male trionfi, basta che i giusti non facciano niente... 
Mai cedere alla rassegnazione. 
Devi combattere per ciò in cui credi, senza subire passivamente 
e senza aspettarti che altri lottino al tuo posto. 
Devi puntare con decisione verso il tuo obiettivo, prendere posizione, 
e combattere con tutte le tue forze."


Denis Avey, Auschwitz. Ero il numero 220543
Newton Compton, Roma 2011, pp. 138,139,324,325




18.7.11

NON ARRENDERSI

Una stanza interrata sotto il Kavalìr (la cosiddetta casa dei vecchi prigionieri ndr) che puzza del fetore delle latrine, una luce fioca, la sporcizia del corpo e dell'anima.L'unica preoccupazione è mangiare abbastanza, dormire e...? Cos'altro? Una vita spirituale? e' possibile che in questi tuguri sotterranei possa esistere qualcosa di più del semplice desiderio animale di soddisfare i bisogni corporali? Certo che è possibile! Il seme del pensiero creativo non perisce nel fango e nella melma. Anche lì germoglia ed espone i suoi petali come una stella che splende nell'oscurità...
Ci hanno ingiustamente strappato dal terreno fertile del lavoro, della gioia e della cultura, di cui doveva essere nutrita la nostra giovinezza. Facendo ciò perseguono un unico obiettivo: distruggerci, non fisicamente ma psicologicamente e moralmente. Ci riusciranno? Mai! Privati delle fonti culturali ne creeremo di nuove. Separati dalle sorgenti della nostra felicità, ci creeremo una nuova vita che esulterà di gioia!

Chava Pressburger, Il diario di Peter Ginz
Frassinelli, Milano 2006, pp. 137, 12

Foto by lothann

27.5.10

IL PESO DEI RICORDI

"Sebbene siano passati sessant'anni, mi sconvolge più di quanto avrei potuto immaginare. Pensavo di essere padrone della mia vita, ma così non era. Il modo in cui sono sopravvissuto determina ancora la mia esistenza; tutto quello che posso fare è assecondarlo mantenendomi a distanza di sicurezza. Ma ne resto comunque incatenato. E' come se in me ci fossero due persone: c'è l'Alex che tutti conoscono e c'è quello che nasconde un segreto. I due Alex devono imparare di nuovo a convivere"...
Non c'era spazio per superamento o giustificazione, non era possibile cancellare il passato e andare avanti, o ricorrere a facili soluzioni di psicologia spicciola. Con quel passato, non restava che scendere a patti. In qualche modo, mio padre lo aveva sempre saputo.
Compresi che anch'io dovevo trovare il modo di convivere, bene o male, con quel passato. Con quello che per forze di cose è il mio retaggio.


Mark Kurzem, Il bambino senza nome
Piemme, Milano 2010, pp. 425,426


Foto by Murray Williams

10.3.10

MOZART NEL LAGER

All'inizio tenevano concerti solo per gli ufficiali delle SS... bastava far finta che non ci fossero. Ti perdevi nella musica: era il solo modo. Anche quando applaudivano, non alzavi nemmeno lo sguardo. Non li guardavi mai negli occhi. Suonavi con tutto te stesso. Ogni interpretazione era la migliore, non per compiacere loro, ma per dimostrare che cosa sapevi fare, per far capire quanto eri bravo a dispetto di tutto quello che facevano per umiliarti, per distruggerti nel corpo e nell'anima...
Ma tra loro aleggiava un comune senso di vergogna. Loro venivano nutriti, gli altri no. Loro venivano tenuti in vita mentre gli altri andavano nelle camere a gas. Molti erano consumati dal senso di colpa, che si moltiplicò mille volte quando scoprirono la vera ragione per cui era stata messa insieme quell'orchestra, perché continuavano a provare. I concerti per gli ufficiali delle SS si rivelarono sinistre prove generali per qualcosa di molto peggiore.
Una fredda mattina, col suolo coperto di neve, li costrinsero a riunirsi con i loro strumenti e ordinarono loro di sedersi e suonare vicino ai cancelli del campo. Poi arrivò il treno: i vagoni erano stipati di nuovi prigionieri.
Quando furono scesi tutti , li fecero mettere in fila e poi li divisero. I vecchi e i giovani e i deboli furono spinti oltre l'orchestra, verso l'edificio delle docce, così dissero loro; chi era forte e abile al lavoro fu condotto verso le baracche. E intanto... gli altri suonavano il loro Mozart. Capirono molto presto a che cosa serviva: a placare il terrore, a ingannare ogni nuovo carico dandogli un falso senso di sicurezza. Erano parte di una messinscena mortale. Sapevano benissimo che l'edificio delle docce era una camera a gas.
Suonarono una settimana dopo l'altra, un mese dopo l'altro, un treno dopo l'altro. E ventiquattr'ore al giorno i camini del forno crematorio sputavano fuoco e fumo e puzzo. Finché non ci furono più treni; fino al giorno in cui i campi vennero liberati.


Michael Morpurgo, La domanda su Mozart
Rizzoli, Milano 2008, pp. 50-57

Foto by FaP



9.3.10

QUANDO LA SOFFERENZA UCCIDE L'ANIMO

Si deve cercare il bello e il buono della vita, non aspettare che vengano da soli. Si deve essere preparati al bello. Se ci attendiamo troppo dalla vita, è certo che saremo delusi. Ma se guardiamo alla vita senza troppe speranze e aspettative, riusciremo a percepire ovunque il meraviglioso, anche nelle cose più piccole e insignificanti...
Dio mio quali crimini hanno commesso contro di noi! Hanno calpestato ogni residuo di fede, finché in noi non è rimasto altro che freddo e desolazione. Non ci hanno consegnato alcun ideale. Quando non si ha un cielo si potrebbe credere che è per vivere sulla terra. Ma a ventun'anni siamo tutti rassegnati. Rassegnati nei confronti della vita così com'è, rassegnati alla violenza, all'ingiustizia, alla guerra. La guerra è ovunque.Nessun essere umano dovrebbe soffrire così, nemmeno per la migliore delle cause. E' talmente insensato, talmente orribile che la vita di una persona sia inutile. La gente soffre perché i tedeschi vogliono le colonie, perché le grandi potenze hanno l'abitudine di razziare le materie prime. Perché... perché... perché. E' sempre la stessa cosa: la sofferenza è al mondo a causa della sofferenza. Gli ebrei hanno sofferto in Germania senza capire la ragione della loro sofferenza, perché la sofferenza non ha alcun senso. La sofferenza non può mai giustificare la causa della sofferenza. L'obiettivo supremo è quindi non causare sofferenza. Sì! Meglio soffrire con quelli che soffrono che causare sofferenza agli altri...
Io credo sia un bene che le cose siano andate così. Perché non dovremmo soffrire, quando c'è tanta sofferenza! Non preoccuparti per me. Forse non cambierei il mio destino con il tuo.

Jan Erik Vold a cura di, Fuori c'è l'aurora boreale. Il diario di Ruth Maier giovane ebrea viennese Salani, Milano 2010, pp. 75, 451,452, 484

Foto by Daniel Basteiro

28.4.09

LA VIA E' DIFFICILE, MA NON E' GRAVE

Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose.
Si deve insegnarlo agli ebrei.
Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto.
Non possono farci niente, non possono veramente farci niente.
Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato: con il nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, con il nostro odio e con la millanteria che maschera paura. Certo ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.
Trovo bella la vita, e mi sento libera.
I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore.
La via è difficile, ma non è grave.
Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare se stessi” non è proprio una forma di d’individualismo malaticcio.
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile.
E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi.
Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

Etty Hillesum, Diario
Adelphi, Milano 1985, pp. 126, 127


Foto by golan

20.4.09

RACCONTARE LA SHOA

L'esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell'Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passano gli anni. Per i giovani degli anni '50 e '60, erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste. Per i giovani di questi anni '80 sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate, "storiche". Essi sono assillati dai problemi d'oggi, diversi, urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l'esaurimento delle risorse, l'esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi...
Si affaccia all'età adulta una generazione scettica, priva non di ideali ma di certezze, anzi, diffidente delle grandi verità rivelate; disposta invece ad accettare le verità piccole, mutevoli di mese in mese sull'onda convulsa delle mode culturali, pilotate o selvagge.
Per noi parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. E' avvenuto contro ogni previsione: è avvenuto in Europa; incredibilmente è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo.

Primo Levi, I sommersi e i salvati
Mondadori, Milano 1998, pp. 163,164


Foto by Lucas Luxus

30.12.08

COME UN TARLO CHE RODE

Ho iniziato a raccontare quello che avevo visto e vissuto a Birkenau molto tempo dopo, non perché non ne volessi parlare ma per il fatto che le persone non volevano ascoltare, non volevano crederci...
Oggi quando sto bene sento il bisogno di testimoniare, ma è difficile...
Mi dà conforto sapere che non parlo nel vuoto, perché testimoniare rappresenta un enorme sacrificio. Riporta in vita una sofferenza lancinante che non mi lascia mai. Tutto va bene e, d'un tratto, mi sento disperato. Appena provo un po' di gioia qualcosa mi si blocca dentro; la chiamo "la malattia dei sopravvissuti". Non si tratta di tifo, tubercolosi o di altre malattie. La nostra è una malattia che ci rode dal di dentro e che distrugge ogni sentimento di felicità. Ce l'ho dal tempo della sofferenza nel campo e non mi lascia mai un momento di felicità o di spensieratezza, è uno stato d'animo che logora le mie forze continuamente...
Non ho mai più avuto una vita normale. Non ho mai potuto dire che tutto andasse bene e andare, come gli altri, a ballare e a divertirmi in allegria...
Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualunque cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto. E' come se il "lavoro" che ho dovuto fare laggiù non sia mai uscito dalla mia testa... Non si esce mai per davvero dal Crematorio.

Shlomo Venezia, Sonderkommando Auschwitz
Mondolibri,
Milano 2008, pp. 176-178
Foto by holly

16.8.08

ADOTTATA DA UNA LUPA? NO, TUTTA FANTASIA

Quel pomeriggio la lupa sbucò dal nulla insieme a un compagno, un grosso maschio nero. Non appena mi vide, il nuovo arrivato inarcò la pelliccia, poi abbassò la testa, allungando il collo, e iniziò ad avanzare lentamente... La lupa corse a mettersi fra di noi, ma il maschio sembrava non voler cedere, e io stavo lì sdraiata trattenendo il fiato... Vedendo il modo in cui la mia amica mi aveva protetto mi resi conto che doveva considerarmi un cucciolo, il suo cucciolo... Fino a quel momento "mamma" era un termine che potevo usare solo per la mia vera madre, ma in effetti quell'animale protettivo era quanto più di simile a una madre potessi avere...
Spesso la gente mi domanda: "L'Olocausto può accadere di nuovo?". La mia risposta è: è accaduto di nuovo. In qualsiasi momento, ovunque nel mondo: ora. Un male di vastissima scala come quello dell'Olocausto non poteva essere compiuto da un piccolo manipolo di fanatici squilibrati, individui completamente diversi da noi. Migliaia, milioni di persone normali sono costrette a compromessi, collusioni e acquiescenze. L'Olocausto non è ancora finito, e non finirà mai.
Dall'esterno la mia vita oggi appare normale, ma certe ferite non guariranno mai. E' difficile credere nell'amore quando si è visto quel che ho visto io, è difficile lasciar perdere le cosiddette "persone normali" che scelgono di chiudere gli occhi di fronte alle sciagure del prossimo, di tapparsi le orecchie per non sentire le grida degli altri. A volte il mio dolore e la mia rabbia sono acuti come quando cominciarono a mettere le radici dentro di me, e altre volte sento che mi sono state affidate due missioni: portare la mia testimonianza e aiutare gli animali così come loro hanno aiutato me. Sono ancora diversa: un animale dentro il corpo di un essere umano. Trovo la mia serenità nella natura, e scopro Dio in tutto ciò che è bello e buono.

Misha Defonseca, Sopravvivere coi lupi
Ponte alle Grazie, Milano 1998, pp. 110, 263

Foto by WoK111

SHABBAT

Ho trovato dei fogli e una matita, metto per iscritto delle parole, perché schiariscano la mia tenebra. Scrivo sabato e ancora sabato ed ecco il miracolo, quella solitaria parola ha in sé l'energia di rievocare non solo silenzio ma anche melodia. Visto che al mondo non ci sono più ebrei, faccio per me stessa, ogni settimana il sabato. Scaccio da me i brutti pensieri e dichiaro sabato per il Creatore, per un giorno intero mi avvolgo come in un manto. all'uscita del sabato sento, sorprendentemente, quella sottile melanconia risalire da dentro di me, e so che la regalità del sabato, sotto le cui ali sono rimasta nascosta per un istante, sta dileguandosi. E' difficile congedarsene, esco e vedo come all'orizzonte si svolge il cambio della guardia in cielo, la morbida luce sprofondare nella tenebra.

Aharon Appelfeld, Il mio nome è Katerina
Feltrinelli, Milano 1994, p. 149
Foto by mariurupe

4.4.08

SENZA FUTURO

Là di fronte, in quello stesso istante, stavano bruciando i nostri compagni di viaggio del treno, tutti quelli che avevano voluto andare in automobile e tutti quelli che davanti al medico, per motivi di età o altro, si erano dimostrati inabili, esattamente come i bambini e insieme a loro le madri e quelle che lo sarebbero diventate in futuro, quelle dove già lo si vedeva, come fu esplicitamente dichiarato. Anche loro erano stati trasferiti dalle stazione ai bagni. Anche loro erano stati informati su appendiabiti, numeri, su quanto si sarebbe svolto nei bagni, esattamente come era successo a noi. E ci sarebbero stati anche i parrucchieri - così affermò qualcuno - e sarebbe stato dato loro anche il sapone. E poi pare che siano stati condotti nel locale delle docce dove, mi giunse voce, c'erano gli stessi tubi: solo che invece dell'acqua veniva fatto uscire del gas. Tutto questo non lo sono venuto a sapere in una volta, ma a poco a poco, con aggiunte di particolari sempre nuovi, alcuni dei quali venivano messi in discussione, altri invece venivano confermati e addirittura ulteriormente completati. Nel frattempo quella gente veniva trattata - come sentii dire - con molta gentilezza, veniva accudita amorevolmente, i bambini venivano fatti cantare e giocare a palla e il luogo dove venivano sterminati con i gas pare che fosse situato tra prati, boschetti e aiuole di fiori: per questo alla fine avevo l'impressione che fosse una specie di burla, uno scherzo goliardico o qualcosa del genere.

Imre Kertész, Essere senza destino
Feltrinelli 2006, pp. 95,96
Foto by Qba

28.1.08

LA PRESENZA DEL "DIO" NASCOSTO

La Bibbia lo registra con Giacobbe, con Geremia, con i Salmi. E proprio nella Scrittura esso trova una parola di commento nell'immagine (una metafora sempre) di Dio che nasconde il suo volto. A volte lo nasconde per non vedere il male, altre volte per non vedere l'innocente che soffre ingiustamente (cfr. Salmo 44; Isaia 45, 15). Questo dà luogo alla protesta ebraica contro Dio, ma dà luogo anche alla rinnovata affermazione di fede: Dio è presente proprio nel suo voltare gli occhi, proprio nella sua assenza. Il silenzio di Dio non è un vuoto, ma è una modalità particolare della sua presenza. La ragione ultima di tale silenzio, che sembra assenza, ma non lo è, va individuata nell'intenzione divina di lasciare libero l'uomo. Infatti, come soggetto morale, l'uomo deve essere libero di fare il bene come il male. Se Dio intervenisse a bloccare il male dell'uomo, certo il male non accadrebbe, ma l'autonomia morale dell'uomo - cioè la sua libertà - risulterebbe annientata.

Massimo Giuliani, Auschwitz nel pensiero ebraico
Morcelliana, Brescia 1998, p. 87
Foto by stephmel

17.1.08

IL MIRAGGIO DEL POTERE

Il Ruanda aveva posto il mondo di fronte al più eclatante caso di genocidio dal tempo della guerra di Hitler contro gli ebrei, e il mondo aveva risposto inviando coperte, fagioli e cerotti ai campi controllati dagli assassini, forse sperando che in futuro si sarebbero comportati meglio.
La promessa di non tollerare mai più un genocidio fatta dall'Occidente dopo l'Olocausto si è rivelata nulla, e nonostante tutti i buoni sentimenti ispirati dalla memoria di Auschwitz, resta il problema che denunciare il male non è affatto la stessa cosa che fare il bene...
Di questi tempi, quando si discutono situazioni di violenza popolare tra schieramenti contrapposti, si tira spesso in ballo l'odio di massa. Ma, anche se può funzionare da stimolo, l'odio è alimentato dalla debolezza. Gli "autori " del genocidio, come li chiamano i ruandesi, compresero che per spingere un enorme numero di persone deboli a fare il male, è molto meglio fare leva sulla volontà di potenza. L'odio e il potere sono entrambe passioni ma, mentre l'odio è puramente negativo, il potere è essenzialmente positivo: ci si abbandona all'odio, ma si aspira al potere.

Philip Gourevitch, Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie Einaudi, Torino 2000, pp. 134, 177
Foto by Mike Todd

14.12.07

I LIMITI DEL PERDONO

L'SS Guppenfuehrer Katzmann - il famigerato Katzmann - sapeva che nel ghetto dovevano esserci ancora dei bambini, malgrado i continui rastrellamenti. E nel suo cervello di belva concepì un piano diabolico: un asilo d'infanzia! Fece sottoporre al consiglio ebraico il progetto di istituire un asilo: si doveva provvedere ai locali e fornire una maestra. Così i bambini sarebbero stati sorvegliati mentre gli adulti erano al lavoro.
Gli ebrei, eterni ed inguaribili ottimisti, videro in questa proposta un segno di trattamento più umano. Circolò persino la voce che vi fosse un divieto di uccidere. Qualcuno affermò di aver udito alla radio americana che Roosvelt aveva minacciato rappresaglie ai tedeschi se altri ebrei fossero stati eliminati. Perciò i tedeschi d'ora in poi volevano mostrarsi più umani.
Altri riferirono di una commissione internazionale, che avrebbe visitato il ghetto. si voleva presentarle anche un asilo d'infanzia, per mettere in bella mostra l'umanità dei tedeschi verso gli ebrei.
Il commissario Engels della Gestapo, un uomo dai capelli grigi, comparve con un membro del consiglio ebraico per constatare di persona che l'asilo fosse effettivamente installato in locali chiari e piacevoli. Riteneva che vi fossero ancora abbastanza bambini per popolare l'asilo e promise un'assegnazione straordinaria di viveri. Effettivamente la Gestapo mandò delle scatole di cacao e latte.
I genitori dei bambini affamati presero coraggio a poco a poco e cominciarono a mandarli all'asilo. Si aspettava l'annunciata commissione della Croce Rossa. Ma la commissione non venne. Vennero invece una mattina tre carri carichi di SS. Si portarono via tutti i bambini.
La sera quando i genitori tornarono dal lavoro, si videro delle scene strazianti.
Ma qualche settimana dopo rividi Eli. Il suo istinto quella mattina lo aveva spinto a restare a casa...

ALBERT SPEER (1905 - 1981)
Ministro degli armamenti di Hitler dal 1942 al 1945. Riconosciute le proprie responsabilità al processo di Norimberga fu condannato a 20 anni di carcere.
"Afflitto da indicibili sofferenze, inorridito dai tormenti di milioni di esseri umani, ho confessato la mia parte di responsabilità per questi delitti al processo di Norimberga. Sono sempre stato giudicato colpevole, ma in questo modo il tribunale ha punito la mia colpa solo da un punto di vista legale: rimane il coinvolgimento morale. Nemmeno dopo vent'anni di reclusione a Spandau posso perdonarmi di aver sostenuto - avventatamente e spregiudicatamente - un regime che metteva in atto l'assassinio sistematico di ebrei e di altri gruppi di persone. La mia colpa morale non è subordinata allo statuto delle limitazioni, non potrà venir cancellata finché avrò vita.
E lei Simon Wiesenthal, dovrebbe perdonare, anche se io non posso perdonare me stesso?"

Simon Wiesenthal,
Il girasole. I limiti del perdono
Garzanti, Milano 2006, pp. 47, 48, 215
Foto by Yelnoc