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20.11.24

ESSERI COMPIUTI


Si diventa esseri umani compiuti, all'interno dei grandi classici, solo se si trascorre un periodo più o meno lungo fuori dal perimetro della propria cultura ufficiale, solo se ci si allontana da casa, dalla famiglia, dal cuore della vita normalmente regolata e ci si inoltra in una zona di margine, di frontiera, dove la logica di tutti i giorni è sospesa e ne vige un'altra, che può essere esperita ma non spiegata, ne propriamente riferita. Che resta misteriosa e muta, semplicemente diffusa.


Giorgia Grilli, Di cosa parlano i libri dei bambini. 
La letteratura per l'infanzia come critica radicale
Donzelli Editore, Roma 2021

5.2.24

I CORSI E RICORSI...


La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia delle autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi di oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori...

Socrate

Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori, la fine del mondo non può essere lontana.

Anonimo sacerdote egizio

Questa gioventù è guasta fino in fondo al cuore. Non sarà mai quella di una volta. Quella di oggi non sarà capace di conservare la nostra cultura...

Anonimo, citazione scoperta recentemente in una cava di argilla 
tra le rovine di Babilonia, risalente a tremila anni fa

Il giovane passa la vita spendendo denaro, fatica e tempo per soddisfare indistintamente piaceri necessari e non necessari... Il figlio non ha rispetto o timore dei genitori... L'insegnante ha paura degli alunni e li tratta con ogni riguardo; gli alunni se ne infischiano degli insegnanti... Insomma, i giovani si mettono a tu per tu con gli adulti, contrastandoli a parole e con azioni: gli anziani cedono in tutto ai giovani, si fanno pieni di brio e garbo, li imitano, per non essere giudicati fastidiosi e autoritari.
Platone

Faremmo meglio a non lasciarci prendere da questi inutili pensieri lagnosi. Saremmo più simpatici a tutti, a cominciare dai nostri ragazzi! Bisogna preoccuparsi di meno e occuparsi di più dei giovani.

Filippo Zagarella

Se essere giovani è un effetto del caso, rimanerlo è un'arte per pochi.
J. W. Goethe

Tratto da Maria Rita Parsi, Noi siamo bellissimi. 
Elogio della vecchiaia adolescente, Mondadori, Milano 2023, p. 60

10.10.20

RICORDI D'INFANZIA: ANNI '50-'60



A quei tempi non esistevano le penne biro. Le penne erano cannucce di legno in cui veniva inserito il pennino a una delle estremità. Si intingeva il pennino nel calamaio badando a non immergerlo troppo per non macchiare di inchiostro il quaderno. Ogni banco disponeva di calamaio che, di tanto in tanto, veniva rabboccato...

L'unica fonte di calore era la stufa della cucina che serviva anche per scaldare l'acqua e cuocere i pasti. La sera si riempivano d'acqua bollente le boule d'alluminio che venivano infilate sotto le coperte. Nel loro lettone i nonni mettevano invece "il prete", una monumentale intelaiatura in legno ricurvo contenente una padella di rame riempita di carbonella ardente. Il "prete" rimaneva tra le lenzuola un paio d'ore e poi lo si toglieva prima di andare a letto... Il freddo di quegli inverni mi è rimasto addosso come una minaccia e anche ora, quando arriva la brutta stagione, mi assilla il pensiero che l'impianto di riscaldamento possa bloccarsi. E' già successo nel corso degli anni e ogni volta sono piombata nel panico...

Poi comparve il Luisìn... Al grido "Saponi, saponette, candeggina, sali da bagno, mollette per la biancheria" avvertiva del suo passaggio gli abitanti di ogni villetta e caseggiato. Pubblicizzandolo come una scoperta straordinaria che veniva dall'America, vendeva anche un detersivo in polvere per il bucato: il Pèrsil. La mamma ne comprò una scatola e, assistita dalla nonna e da me, versò un poco di polvere nella grande conca di zinco in cui sarebbero stati immersi i panni da lavare. Dopo l'aggiunta dell'acqua calda, che agitammo ben bene con le mani come da istruzioni, si formò una bella schiuma bianca e profumata che non accennava a sgonfiarsi. Alcune vicine vennero invitate ad assistere al fenomeno. "sarà poi vero che non c'è più bisogno di sbattere e fregare i panni sull'asse perché si sbianchino?" dubitò la nonna, cui il Luisìn aveva assicurato che il bucato, lasciato a bagno nel Pèrsil tutta la notte, il mattino dopo sarebbe venuto fuori candido come la neve.

Sveva Casati Modignani, Il bacio di Giuda
Mondadori, 2014, pp. 29,30,70,104

17.9.20

QUANDO IL CORPO NON TI SEGUE

 
Arrivò alla quarta battuta e Mozart, apparso solo per il tempo delle prime tre, venne inghiottito da silenzio. Digrignò i denti, prese un sospiro potente, chiuse gli occhi e partì. Come dei corridori stanchi, falangi e polpastrelli inciampavano continuamente. Se le sarebbe tagliate, estirpate, bruciate. Non erano più le sue mani. Dov'erano finite le sue mani? In quale angolo di strada si erano perdute? E se loro avevano dimenticato tutto perché la sua testa no? Quella era come se fosse passato un solo pomeriggio dall'ultima volta che aveva suonato. La testa non si arrende mai. E' il corpo che si ferma e ti saluta. E la cosa peggiore era avere la coscienza del proprio decadimento. Della propria disgrazia.

Antonio Manzini
Orfani bianchi
Tea, Milano 2020, p. 181

31.8.18

IL POTERE DELL'AMORE

I nostri genitori per primi ci danno un'idea precisa di quello che valiamo attraverso la qualità dell'amore e delle cure che ci prodigano. Se ci amano, tenderemo ad amarci; se, invece, hanno una scarsa considerazione di noi, ci convinceremo ben presto di essere privi di importanza: sia da piccoli sia nel prosieguo della vita, non possiamo immaginare di avere un valore ai nostri occhi e a quelli degli altri se i nostri genitori per primi non ce ne accordano alcuno; e ignoriamo di poterne avere, indipendentemente dalla loro opinione.
Di conseguenza, viviamo per lunghi anni all'ombra del giudizio degli altri... Riappropriamoci della nostra vita, unica e individuale, e concediamoci il diritto di crescere. Lasciamoci alle spalle il bambino che ha bisogno di approvazione per fare progressi.

Olivier Hauck, Corso rapido di autostima per vivere meglio
Vallardi 2014, p. 3

18.5.13

LE OCCASIONI

Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremmo vissuto. Saremmo stati sull’orlo, sul margine estremo; il vento ci investiva e ci sollevava i capelli sulla fronte; nei piedi immobili tremava e saliva la vertigine dello slancio. E siamo rimasti fermi. Invecchieremo, ricordandoci di questo. Noi, quelli della mia generazione; che arriviamo adesso al limite, o l’abbiamo passato di poco; gente sciupata e superba. Chi dice che abbiamo spesa male la nostra vita, senza costruire e senza conquistare? Eravamo ricchi di tutto quello che abbiamo buttato; non avevamo perduto neppure un attimo dei giorni che ci son passati come l’acqua fra le dita. Perché eravamo destinati a questo punto, in cui tutti i peccati e le debolezze e le inutilità potevano trovare il loro impiego. Questo è il nostro assoluto. È così semplice!
Non siamo asceti né fuori del mondo. Vivere vogliamo, e non morire.

Renato Serra, Esame di coscienza di un letterato
Pendragon, Bologna 2002, p. 76

Foto by torpenhow3

20.1.12

CASTELLI DI LIBRI

Avevo raggiunto i dieci anni, un groviglio d'infanzia ammutolita. Dieci anni era traguardo solenne, per la prima volta si scriveva l'età con doppia cifra.
L'infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato..., rimescolato dentro e fermo fuori. Tenevo dieci anni. Per dire l'età il verbo tenere è più preciso. Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forarlo...
Me ne stavo rinchiuso nell'infanzia, per balia asciutta avevo la stanzetta dove dormivo sotto i castelli di libri di mio padre. Salivano da terra sul soffitto, erano torri, cavalli e fanti di una scacchiera messa in verticale...
Attraverso i libri di mio padre imparavo a conoscere gli adulti dall'interno. Non erano i giganti che volevano credersi. Erano bambini deformati da un corpo ingombrante. Erano vulnerabili, criminali,  patetici e prevedibili. Potevo anticipare le loro mosse, a dieci anni ero un meccanico dell'apparecchio adulto.  Lo sapevo smontare e rimontare.
Di più mi dispiaceva la distanza tra le loro frasi e le cose. Dicevano, anche solo a se stessi, parole che non mantenevano. Mantenere: a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano mantenere. Mi mancava. Mio padre s'infastidiva in città a prendere per mano, per strada non voleva, se provavo si liberava infilandosela in tasca. Era una respinta che mi insegnava a stare al posto mio. Lo capivo perché leggevo i suoi libri e sapevo i nervi e i pensieri che stavano alle spalle delle mosse.

Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi
Feltrinelli, 2011, pp. 10,11,14


Foto by Kristin Brenemen

16.3.10

LE SUPERNONNE

Voci di figli e nipoti:
"Partiva sempre dal presupposto che fossimo innocenti: una bella differenza rispetto ai genitori che ci ritenevano colpevoli di una malefatta, a meno che non dimostrassimo il contrario!".
"Passava tanto tempo a chiacchierare con noi; ci domandava della scuola, degli amici, e stava semplicemente ad ascoltare: le nostre risposte la interessavano sempre".
"Mia nonna era un oasi di calma in un'infanzia molto disordinata. Una presenza gentile, ma forte".
"Non so che cosa farei senza di lei. Quando la ringrazio, mi dice semplicemente che sua madre aveva fatto lo stesso per lei".
"E' incredibilmente gentile e paziente, e vuol bene ai miei bambini senza riserve. E' sempre pronta ad ascoltarmi in tutto quello che li riguarda".
"Anche adesso mia madre è sempre il mio punto di appoggio. Mi piace come vuol bene ai nipoti e il fatto che, per quanto sia molto, molto buona con loro, non li vizia e non accetta comportamenti maleducati".
"Mia madre ha appena compiuto settant'anni. E' attraente anche se non veste in modo elegante. E' intelligentissima, ma non fa sentire stupidi gli altri. Ogni anno regala sia a me sia a mia cognata dei "weekend della nonna", in cui ci alleggerisce dalla cura dei bambini. Ogni settimana guida per un'ora e mezzo per venire a casa mia: si occupa di metà delle faccende domestiche, mi cura il giardino e fa divertire mio figlio. E' disposta ad ascoltare ogni nostra lamentela... Le voglio un mondo di bene e spero che le capiti come a sua madre, che ha festeggiato i 97 anni".
"Non ha mai dato consigli se non interpellata direttamente; non ha mai criticato il mio modo di educare i bambini; si è limitata a giocare e a parlare con loro, ad ascoltarli".

Jane Fearnley-Whittingstsall, Il manuale dei bravi nonni
Tea, Milano 2008, pp. 44-47


Foto by Max Opp

18.10.09

LA QUIETE DELLA VECCHIAIA

La vecchiaia, almeno per quanto ne so io, è l'età in cui la quiete rappresenta un traguardo desiderato; anche un lusso. Chi può concedersi la quiete gode di un privilegio che dipende un po' dalla fortuna e un po' dalla vita che ha condotto prima di arrivare a questa stagione.
Se è stata una vita piena, se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità, se hai conosciuto amore e dolore, se hai accettato i tuoi limiti ma hai utilizzato tutte le valenze vitali delle quali disponevi, se non hai prevaricato, se infine non sei stato avaro di te stesso, questo vuol dire aver fatto i conti con la morte.
C'è un rischio in questo quadro, ed è che le cose non siano proprio andate a quel modo; che io le veda così, con questa tonalità apologetica e consolatoria ma che non corrispondano a realtà. C'è il rischio che tu abbia ricevuto più di quanto hai saputo dare, che tu abbia prevaricato, sia stato avaro di te. Sono gli unici due peccati che io riconosca per gravi e sarei disperato se sapessi di averli commessi. A volte questo dubbio mi prende e torno ad esaminare i fatti della mia vita, gli incontri, le passioni, i contrasti, per scoprire la verità.

Eugenio Scalfari, L'uomo che non credeva in Dio
Mondolibri, Milano 2008, p. 149

Foto by Phil Dragash

27.4.08

IL VELO

Il velo, te lo ripeto, non è un mezzo per affermare la propria identità, né la propria cultura né la propria religione. Io riesco a comprendere perfettamente l'istinto di ribellione. Sono assistente sociale, di adolescenti ribelli e alla deriva ne vedo tutti i giorni. Crescere non è facile né per i genitori né per i bambini. Crescere però non è soltanto naturale ma necessario: si deve diventare adulti. Quando i genitori rifiutano di riconoscere che i loro figli non sono più bambini (per paura, mancanza di fiducia, incapacità di accettare il cambiamento, sofferenza personale o chissà che altro) gli adolescenti si ribellano, e a ragion veduta.
Per affermare la loro evoluzione utilizzano i mezzi di cui dispongono. Non sempre sono legittimi, ma sicuramente degni di attenzione. Che alcune ragazze scelgano di portare il velo per manifestare la loro differenza, o per affermare il loro bisogno di riconoscimento di fronte ai genitori che reputano "ciechi" può sembrare una decisione ingenua e sbrigativa, ma in ogni caso è conforme alla loro età, a quello che sono, a una certa realtà. Se il tratto distintivo dell'adolescenza è una certa rottura, accusare i genitori di abbandono o insuccesso, spingerli ad accettare l'inaccettabile sono i mezzi che consentono a un adolescente di emanciparsi, separarsi da loro, almeno simbolicamente.
Coloro i cui sforzi restano vani, si perdono. Adottano comportamenti pericolosi, innanzitutto per loro stessi. Dall'insolenza all'ingiuria, dalla delinquenza alla droga, che siano consumatori o spacciatori, vittime o carnefici, spesso non hanno altra scelta che passare attraverso la violenza per avere la sensazione di esistere...
La questione non è dunque essere contraria o favorevole al velo. La vera questione è perché vuoi portarlo, tu, oggi, qui? Ti ho allevata nella religione, non nel segno. Anche coloro che non praticano possono essere credenti sinceri.
La fede non si misura con la pratica, la fede non è la consuetudine, il rituale. E, al contrario, il rito non fa il credente. Si può vivere intensamente la propria fede senza ostentare segni tanto costrittivi ed essere perfettamente ipocriti.
Prendendo il velo, riprendi pratiche abbandonate da due o tre generazioni. Ai miei occhi questo ha più significati: che non ti riconosci, non ti ritrovi negli usi - che peraltro sono anche i tuoi - di questo secolo, di questa società, e che quei riferimenti non bastano, hai bisogno di aggiungerne altri, perché non li reputi validi, o perché li rifiuti. Come ti ho detto il velo è portatore di valori che oggi esistono quanto sono esistiti ieri ma che si esprimono altrimenti...
Chi ti fa credere che per essere una donna onesta e una buona musulmana bisogna portare il velo, cerca di manipolarti. Tu puoi portarlo il velo, ma non per le ragioni che loro sostengono. Solo tu potrai trovare la tua integrità. Non spetta agli altri, né a me, dirti quello che dovresti fare o credere. L'unica cosa che posso dirti è: non sbagliare segno né lotta.

Leila Djitli, Lettera a mia figlia che vuole portare il velo
Edizioni Piemme, Casale M. 2005, pp.
60,61, 94,95
Foto by Bocangel

19.3.08

IL NICHILISMO E I GIOVANI

Un libro sui giovani: perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che non riesce più a proiettarsi in un futuro capace di far intravvedere una qualche promessa. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l'angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso.
Interrogati non sanno descrivere il loro malessere perché ormai hanno raggiunto quell'analfabetismo emotivo che non consente di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. E del resto che nome dare a quel nulla che li pervade e li affoga? Nel deserto della comunicazione, dove la famiglia non desta più alcun richiamo e la scuola non suscita alcun interesse, tutte le parole che invitano all'impegno e allo sguardo volto al futuro affondano in quell'articolato all'altezza del quale c'è solo il grido, che talvolta spezza la corazza opaca e spessa del silenzio, che massiccio, avvolge la solitudine della loro segreta depressione come stato d'animo senza tempo, governato da quell'ospite inquietante che Nietzsche chiama "nichilismo".

Umberto Galimberti, L'ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani
Feltrinelli, Milano, 2007, pp. 11, 12
Foto by Jeff Epp

30.9.07

IL PROPRIO POSTO NEL MONDO

Se il tuo cuore e la tua mente saranno capaci di accendersi per ogni ingiustizia, chiunque ne sia la vittima e in qualsiasi parte del mondo, vorrà dire che ti sentirai - e sarai - veramente parte dell'umanità.
Se ogni tuo atto o pensiero saranno volti a contrastare la prepotenza e a costruire l'equilibrio fra tutti gli esseri umani, e fra loro e la natura, spargerai intorno a te un contagio benefico. E sarai felice, proprio perché contribuirai a rendere tali anche gli altri.
Se, al contrario, ti chiuderai nell'egoismo, anziché aprirti alla solidarietà, e ti seppellirai nell'individualismo, ti ridurrai ad avere paura di tutto e di tutti - paura in primo luogo di te stesso - e sarai uno dei tanti naufraghi alla deriva nel mare di pochezza globale che oggi vuole risucchiarci.
Se sai, sei: autonomo, intelligente (intus-legere, leggere dentro), a tal punto da capire che bisogna combattere per cambiare il mondo. E nessuno potrà mai rubare i tuoi beni, perché li custodisci dentro di te e li metti a servizio di te e degli altri.
Se non sai, esisterai per concessione altrui, prigioniero delle forze che altri manovrano per mantenere gli esseri umani nella condizione di moderna, spensierata minorità. E allora sì, quelle forze ti sembreranno invincibili. Mentre non lo sono affatto, e lo scopriremmo con facilità se smettessimo di alimentarle con la nostra passività e il nostro rassegnato consenso.

Mario Capanna, Lettera a mio figlio sul sessantotto
R.C.S., Milano 1998, pp. 164,165

Foto by Wim Mulder

23.9.07

UN ABBRACCIO AVVOLGENTE

Nella nostra vita la prima interruzione della comunicazione è corporea... E' per non dare vizi al bambino che lo si abitua a non stare in braccio troppo spesso. Si segue un sistema educativo che va contro quel naturale rapporto fisico fra la mamma e il suo piccolo. Secondo Leidloff il bambino dovrebbe rimanere in braccio fino a che lui stesso non decide di staccarsi perché altri bisogni, come il movimento e la scoperta di ciò che gli sta attorno prendono il posto della primaria necessità di essere ancora un tutt'uno con la madre.
Se viene mantenuta una buona comunicazione corporea il bambino si sentirà buono, sentirà di non essere di peso. Questa continuità fra la dipendenza che ha quando nasce e i lenti processi di indipendenza che costituiscono la sua crescita, gli darà basi solide e un patrimonio indispensabile per armonizzare con se stesso e con gli altri.
L'interruzione della comunicazione corporea interrompe tutto questo. Il rischio è la fragilità delle comunicazioni future. Durante la vita l'interruzione della comunicazione rinnova il lamento e il dolore passato, e spesso sfocia nella malattia.

Maddalena Monari, Io e il tuo corpo
Tecniche Nuove Milano 1997, p. 52
Foto by Dolandh

25.2.07

GENITORI A SCUOLA

L'adolescenza è un'epoca di grandi trasformazioni. Anche i genitori devono cambiare. I nostri adolescenti hanno bisogno di sentirsi sicuri a casa, di avere una base da cui partire per esplorare il mondo. Nel momento in cui si avventurano alla ricerca di una nuova identità, hanno bisogno di sapere che i genitori li amano e hanno fiducia in loro. La loro ribellione e il loro atteggiamento di sfida sono un tentativo di separarsi da voi, una ricerca del proprio modo di essere. Ne conseguono inevitabilmente conflitti e sofferenza, perché genitori e figli spesso si sentono incompresi e non amati. I figli che crescono provocano a volte nei genitori un terribile senso di perdita: perdita del ruolo, dell'identità, oltre che del loro bambino. La distanza che li separa dai figli può sembrare un immenso abisso. Ma è proprio questo sforzo di essere diverso, distinto dal genitore, che darà poi all'adolescente la fiducia e l'autostima necessarie per diventare una persona forte e creativa e per stabilire rapporti positivi con gli altri. Incoraggiando la sua libertà di crescere gli fate desiderare di esservi più vicino.

Asha Phillips, I no che aiutano a crescere
Feltrinelli, Milano 1999, pp. 176,177
Foto by Daoist56

MATERNITA' NEGATA


A volte mi sono chiesta se rimanere incinta non sia per una donna un modo per provare a se stessa di essere dotata di un potere forte, il solo di cui siano state storicamente dotate le donne: si tratta di un potere che ha perso la sua vera essenza, ma che rimane nell'ombra come il mito di una forza recondita e vitale...
L'aborto sembra essere il luogo maledetto dell'impotenza storica femminile. Lì dove si rappresenta la perdita ripetuta del controllo sulla riproduzione della specie. L'aborto è dolore e impotenza fatta azione. E' l'autoconsacrazione di una sconfitta. Una sconfitta storica bruciante e terribile che si esprime in un gesto brutale contro se stesse e il figlio che si è concepito.
L'aborto è un segnale di malessere e di guerra con se stesse per le donne che lo praticano. Un segnale di guasto nel delicato rapporto che lega una madre ad un figlio. L'aborto è la divinizzazione del nulla dopo aver praticato l'imitazione fasulla di un potere perduto nel difficile cammino femminile in un mondo maschile che nega alle donne autonomia e rispetto.
Nell'inimicizia di sé che accompagna la sorte delle donne, l'aborto sembra il bisticcio ineluttabile di una contraddizione senza scampo. Le donne, più sono bistrattate, disprezzate, tenute ai margini e più sentono il bisogno di provare, in modo tortuoso, disperatamente masochistico e rischioso, quel potere che la storia dei padri ha cancellato dalla loro vita.

Dacia Maraini, Un clandestino a bordo
Mondadori, Milano 1996, pp. 18,24

Foto by Coffee Monster's