Arrivò alla quarta battuta e Mozart, apparso solo per il tempo delle prime tre, venne inghiottito da silenzio. Digrignò i denti, prese un sospiro potente, chiuse gli occhi e partì. Come dei corridori stanchi, falangi e polpastrelli inciampavano continuamente. Se le sarebbe tagliate, estirpate, bruciate. Non erano più le sue mani. Dov'erano finite le sue mani? In quale angolo di strada si erano perdute? E se loro avevano dimenticato tutto perché la sua testa no? Quella era come se fosse passato un solo pomeriggio dall'ultima volta che aveva suonato. La testa non si arrende mai. E' il corpo che si ferma e ti saluta. E la cosa peggiore era avere la coscienza del proprio decadimento. Della propria disgrazia.
Antonio Manzini
Orfani bianchi
Tea, Milano 2020, p. 181
